Intervista al Direttore d’orchestra Pasquale Menchise
Pasquale Menchise, Direttore d’orchestra e compositore di fama internazionale, ha calcato I palchi più importanti sia in Italia che all’estero, esibendosi anche in Vaticano.
Nel 2000, per il Grande Giubileo, ha diretto l’orchestra dell’Accademia Filarmonica di Potenza in Piazza San Pietro alla presenza di Papa Giovanni Paolo II, eseguendo parte della sua composizione la “Missa Mediterranea in Tempore Jubilaei”. L’opera è stata replicata per intero il 30 novembre presso la Basilica di Santa Maria in Aracoeli. Quale emozione ha provato e quale il messaggio sotteso alle note musicali?
“Devo dire che l’emozione che provai quel 28 ottobre 2000 in piazza San Pietro, alla presenza di circa 80.000 persone e di SS Giovanni Paolo II, fu immensa ed è una delle cose più importanti della mia vita specialmente quando, portandogli la partitura in omaggio, il Santo Padre mi disse “Bravo, bravo”. Era un periodo particolare della mia vita perché mentre scrivevo la Missa, ero alla fine dell’Hosanna, morì improvvisamente la mia mamma che sapeva della data di esecuzione a Roma e quindi ho vissuto forti gioie ma anche forti dolori. Quindi l’esecuzione all’Aracoeli, voluta fortemente, sicuramente mi ha portato a rivivere quelle forti emozioni ma la partitura l’ho vissuta ed eseguita con la maturità musicale di oggi, anche e soprattutto nella direzione”.
Ogni partitura ha un respiro diverso. Come è possibile, seguendo sempre ciò che è scritto, creare esperienze e sensazioni sempre nuove?
“In effetti, con la maturità musicale di oggi, la mia esperienza di Direttore d’orchestra mi ha permesso di dare una lettura interpretativa – pur rimanendo fedele a quello che ho scritto -leggermente diversa, entrando maggiormente nelle peculiarità della scrittura che devo dire è un mix di stili musicali che a mio parere ben si amalgamano, dando vita ad un‘opera sacra di indubbio valore. In genere un esecutore, in questo caso un direttore, interpreta quello che il compositore ha scritto cercando di essere vicino al pensiero dell’autore e magari cercando di renderlo più interessante. In questo caso sono stato l’esecutore di me stesso e quindi ho potuto realizzare quello che ho pensato quando l’ho scritta”.
Come giudica la fusione della musica classica con generi diversi? Ci sono dei limiti?
“Per quanto mi riguarda da sempre, pur scrivendo e soprattutto eseguendo come direttore il sinfonico, la musica sacra e la lirica, ho sempre visto, anche in tempi in cui i generi erano molto più distanti, che la musica si poteva contaminare, ovviamente in certi limiti e scegliendo quello che poteva servire a questo obiettivo con razionalità, ma anche facendo venire fuori un prodotto che potesse essere apprezzato contestualmente dagli amanti dei vari generi musicali. Personalmente ho lavorato tanto a queste contaminazioni, ho realizzato tanti progetti e produzioni con risultati veramente eccellenti”.
Qual è il tocco del direttore d’orchestra, dell’uomo, che la nuova tecnologia e l’intelligenza artificiale non possono imitare?
“Strumenti sicuramente importanti che hanno fatto alzare l’asticella dell’intelligenza umana, della razionalità e dei prodotti di alto livello, ma la cosa che principalmente non si può imitare è la vibrazione delle corde all’interno dell’animo umano, la nostra sensazione e la nostra emozione”.
Quale può essere la lezione più importante che spera di trasmettere ai giovani direttori d’orchestra e ai musicisti?
“Oggi, attraverso le nuove tecnologie, sembra tutto più facile, sembra che si possa fare tutto, ma se si vuole arrivare ad obiettivi importanti bisogna avere passione (ma quella penso ci sia in chi vuole intraprendere questa strada), determinazione per non abbattersi alle prime o tante difficoltà che incontreranno e lo studio, soprattutto, è fondamentale. Nessuna cosa è facile e soprattutto lo studio della musica, in particolare per il Direttore d’orchestra, dove devi avere competenze musicali importanti e anche qualità della personalità, che non sono comuni”.
Quali difficoltà ha incontrato nel comporre le musiche originali per il film restaurato Malombra del 1917 dovendo dare voce a immagini mute?
“Mi sono voluto cimentare in questo lavoro nell’anno in cui il film restaurato di “Malombra” compiva 100 anni. Devo dire che non è stato facile e ho lavorato circa tre mesi, annullando i miei impegni di Direttore d’orchestra, per essere concentrato unicamente su questo lavoro. Un film di oggi diciamo che ti permette di essere più vicino e capire meglio i personaggi e cosa vogliono esprimere con immagini di ambientazioni ben più definite. Con Malombra ho dovuto leggere la storia più volte, fare uno studio più puntuale sui personaggi, ma la vera difficoltà del film muto è stata quello di coprire gli spazi ambientali; la musica deve sostenere continuamente tutta la pellicola, non ci sono momenti vuoti e quindi ti devi inventare suoni che fanno questo lavoro e nello stesso tempo sottolineano bene i vari momenti dell’incalzare visivo”.
Torna alle notizie in home