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Attualità

Sicurezza, oltre il referendum servono istituzioni compatte

di Giuseppe Tiani -


Il fragore del referendum si spegnerà, come sempre accade. Non resterà soltanto il segno numerico della vittoria o della sconfitta. Resterà, più in profondità, lo smarrimento di un Paese che ha visto il confronto tra i poteri dello Stato scivolare verso una contrapposizione aspra, talvolta simbolica, quasi antropologica, e impoverita da toni indegni della vita pubblica. Per questo occorre fermarsi. Il Paese non può vivere di reciproche diffidenze. Può reggersi solo su una difficile e alta pedagogia dell’equilibrio, che spetta ai gruppi dirigenti praticare. In questa chiave leggo la scelta di Marina Berlusconi di affidare a Repubblica l’invito a sottrarre il dibattito alle tifoserie e a riportarlo al merito. Non è un dettaglio. Al contrario, è un gesto politicamente maturo ed equilibrato, tanto più significativo perché affidato al quotidiano che verso suo padre ha storicamente espresso posizioni severe.

Proprio per questo il messaggio assume un valore che supera la convenienza di parte e si fa parola di responsabilità. Del resto, la sapienza istituzionale di Moro e la profondità civile e politica di Gramsci suggerivano che la democrazia regge solo se le istituzioni si riconoscono reciprocamente entro un orizzonte comune e se la forza dello Stato non si riduce al comando, ma sa farsi autorevolezza, direzione morale, coesione, senso del limite e responsabilità pubblica. Il punto decisivo non è soltanto il referendum, ma la qualità della nostra convivenza civile e istituzionale.

Viviamo una fase tra le più esposte e insidiose degli ultimi decenni. A nord dell’Italia continua la guerra nel cuore dell’Europa. A sud si allarga la cintura di instabilità mediorientale, del Mediterraneo e dell’Africa, producendo pressione geopolitica, economica, energetica e migratoria. Come ha evidenziato il Ministro dell’Interno Piantedosi, intorno a noi avanzano minacce ibride, tensioni commerciali, vulnerabilità cibernetiche, radicalizzazioni e nuove forme di interferenza. In uno scenario simile la sicurezza pubblica torna a mostrarsi per ciò che è davvero, non un riflesso ideologico o una bandiera d’ordine, ma un bene comune primario, una funzione strategica dello Stato, una infrastruttura civile senza la quale le libertà dei cittadini si affievoliscono.

Guerre e crisi commerciali incidono sulle nostre vite e rendono ancora più necessaria la compattezza istituzionale. Non per invocare una pace di comodo tra politica e magistratura e neppure per attenuare distinzioni che la Costituzione ha voluto nette. Al contrario. Si tratta di difendere fino in fondo la sapienza dei Costituenti, che distinsero poteri, compiti e limiti proprio per evitare che lo Stato, o una sua parte, degenerasse in arbitrio. L’ordine pubblico dipende dal Governo, attraverso il Ministro dell’Interno e le Autorità di Pubblica Sicurezza, nell’ambito dell’indirizzo democratico, e ne risponde dinanzi al Parlamento e ai cittadini.

La polizia giudiziaria e l’attività investigativa dipendono funzionalmente dalla magistratura, a presidio della legalità e dell’imparzialità, a tutela dei diritti di ogni cittadino e di ogni parte. Questo doppio asse non è una frattura, ma un equilibrio delicato che regge solo se alimentato da leale collaborazione, sobrietà istituzionale e rigoroso rispetto dei confini. La cronaca di questi anni ha mostrato che le degenerazioni non appartengono a un solo potere. Nella giustizia sono emerse patologie oggettive, correntismi, errori, protagonismi impropri, opacità e lentezze che incidono sulla vita delle persone e sulla certezza del diritto.

Nella politica si sono manifestate patologie non meno gravi, personalismi, gestione oligarchica dei partiti, impoverimento della selezione delle classi dirigenti, lotta per il potere fine a sé stessa. Tutto questo produce un danno concreto al sistema Paese. Incrina la fiducia dei cittadini, indebolisce i diritti, ostacola le libertà economiche, raffredda investimenti, lavoro e iniziativa. Le classi dirigenti sono tali solo se portatrici di cultura del servizio e di etica pubblica. Quando invece si chiudono nella conservazione di sé, lo scontro istituzionale diventa un danno generale e si riverbera anche sull’incessante domanda di sicurezza che sale dal Paese.

Perché la sicurezza non richiede solo più mezzi, tutele e retribuzioni dignitose per chi serve in divisa. Ha bisogno di istituzioni credibili, autorevoli, affidabili. Non è un caso che, saggiamente, nessun esponente delle forze di polizia investito di responsabilità dirette e nessuna grande organizzazione sindacale del comparto sicurezza, come il Siap, abbia assunto una posizione pubblica sul referendum. È una scelta che rende plastico il profilo di terzietà delle funzioni di polizia, che devono restare fedeli allo Stato, alle leggi e ai cittadini, mai piegate alle tifoserie del momento.

Dopo il 23 marzo non servirà un vincitore solitario. Serviranno politica e magistratura più consapevoli dei propri limiti, delle proprie risorse e delle proprie responsabilità. Servirà una Politica capace di governare e guidare senza invadere, e una Magistratura indipendente che giudichi in autonomia senza eccedere. Perché le istituzioni sono credibili e affidabili quando non si contendono il potere ma servono il Paese. Così come la sicurezza non restringe le libertà. Le rende effettive.

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