Kurt Cobain: trent’anni dopo, uno studio forense potrebbe riaprire il caso: “Fu omicidio”
L’analisi pubblicata su una rivista accademica internazionale rilancia con argomenti tecnici una delle ipotesi più durature del rock: Kurt Cobain non si è ucciso. Le autorità non vogliono riaprire il caso. Ma le domande restano sospese, scomode come bossoli nel posto sbagliato.
La scena del crimine non convince
L’8 aprile 1994, un elettricista che stava lavorando nella villa di Kurt Cobain a Seattle trovò il corpo del cantante nella serra. L’autopsia fissò la morte al 5 aprile precedente. Causa: ferita da arma da fuoco autoinflitta. Fucile da caccia Remington Modello 11, calibro 20. Suicidio. Caso chiuso.
Solo che il caso non torna, e trent’anni dopo qualcuno ha deciso di dirlo con la precisione asettica della scienza forense, non con le urla dei fan in lutto.
A novembre 2025, sull’International Journal of Forensic Sciences – rivista con processo di revisione paritaria, non un blog – è stato pubblicato uno studio dal titolo “A Multidisciplinary Analysis of the Kurt Cobain Death”, firmato da Bryan Burnett, Gabriele Rotter, Michael Gregory, Felice Nunziata, Pietro Zuccarello, Cataldo Raffino e Michelle Wilkins. Sette ricercatori privati, provenienti da discipline diverse: medici legali, chimici forensi, periti balistici. Tutti con un’unica domanda: come è morto davvero Kurt Cobain? La risposta che danno non lascia più spazio al suicidio: fu omicidio.
Il tossicologico, il bossolo, il sangue
Tre sono i pilastri dell’analisi, e nessuno confermerebbe più la versione ufficiale.
Il primo è la tossicologia. L’autopsia aveva rilevato nel sangue di Cobain una concentrazione di morfina pari a 1,52 mg/litro – una quantità dieci volte superiore a quella che può assumere anche un consumatore abituale. Una dose, sostengono gli autori dello studio, incompatibile con la capacità fisica di impugnare un fucile da sei libbre, armarlo, infilarselo in bocca e sparare. Non solo: l’autopsia aveva evidenziato liquido nei polmoni, emorragia oculare, danni al cervello e al fegato — lesioni tipiche di una morte lenta per overdose, non di un decesso istantaneo da arma da fuoco.
Il secondo è la balistica. La posizione del bossolo rinvenuto sulla scena non sarebbe compatibile con la traiettoria di espulsione dell’arma nel caso di un colpo autoinflitto. I ricercatori hanno anche replicato il modello di fucile e verificato la dinamica: la ricostruzione ufficiale, secondo loro, non convince.
Il terzo è il sangue. Le macchie sul fondo della maglietta di Cobain suggerirebbero che il corpo sia stato spostato dopo la morte: un particolare che sarebbe difficile da conciliare con la scena del suicidio solitario avvenuto nella serra.
La scena troppo pulita
C’è poi un dettaglio che la ricercatrice Michelle Wilkins ha descritto con una sintesi brutalmente efficace. Il kit per l’eroina di Cobain era stato trovato a diversi metri di distanza dal corpo, perfettamente in ordine: siringhe tappate, cotton fioc, pezzi di eroina nera più o meno della stessa dimensione. Tutto sistemato.
“Dovremmo credere che abbia tappato gli aghi e rimesso tutto a posto dopo essersi iniettato tre volte, perché è quello che si fa quando si sta morendo” ha dichiarato Wilkins al Daily Mail. “I suicidi sono un caos. Questa era una scena molto pulita.”
Nessun disordine. Nessun gesto convulso. Solo un uomo che, secondo la versione ufficiale, con una quantità letale di eroina in corpo avrebbe avuto la lucidità di riordinare il necessaire da stupefacenti, scrivere una lettera e spostarsi nella serra con un fucile.
E sulla lettera d’addio, il guaio è ancora più sottile: i ricercatori riconoscono l’autenticità della parte superiore del testo, certamente scritta da Cobain, ma le ultime quattro righe – quelle in cui si parla esplicitamente di farla finita – presenterebbero caratteristiche grafologiche diverse. “Più scarabocchiate”, come se qualcuno avesse aggiunto una firma postuma a un discorso che stava andando altrove.
“Non dimostra l’omicidio, ma dimostra le incongruenze”
Lo studio non nomina nessun assassino, non indica un mandante, non scioglie il giallo. È un documento tecnico che mette in fila anomalie e le confronta con le due ipotesi in campo — suicidio e omicidio — chiedendo quale delle due le spieghi meglio.
La criminalista Sara Capoccitti, interpellata da Il Giornale, ha tenuto il punto senza cedere alle suggestioni: “Lo studio non dimostra la presenza di un assassino. Però dimostra l’esistenza di elementi che evidenziano un’incongruenza nella ricostruzione della dinamica del fatto”. E ancora: “I punti messi in chiaro dall’analisi hanno un loro peso probatorio che forse dovrebbe essere preso in considerazione per un’eventuale riapertura del caso.”
Un cold case nel cassetto?
Trent’anni di teorie, documentari, detective privati e forum internet non hanno spostato di un millimetro la versione ufficiale. Nemmeno la ricezione, nel 2023, della quasi integrale autopsia da parte dei parenti di Cobain – evento che ha fornito ai ricercatori una parte delle informazioni su cui si basa lo studio – ha prodotto un’apertura formale delle indagini.
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