La Croma di Capaci verso Palermo: lo Stato separa la sua storia?
Il ministro Nordio annuncia il trasferimento al Museo del Presente. I sindacati della Polizia Penitenziaria insorgono: l’auto appartiene allo Stato, non ad un ente privato.
Trentaquattro anni e una teca di vetro
Trentaquattro anni dopo, i resti di quella Fiat Croma bianca sono di nuovo al centro di una disputa istituzionale. Non le lamiere contorte in sé, ma una decisione che non rende felici tutti: spostarla da Roma a Palermo.
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio lo ha annunciato il 23 maggio scorso durante le cerimonie per il trentaquattresimo anniversario della strage di Capaci, a Palazzo Jung nel capoluogo siciliano. Quelle parole hanno aperto una infinita polemica che non si è ancora placata.
Il 23 maggio 1992 e ciò che restò
Era il 23 maggio del 1992 quando Giovanni Brusca azionò il detonatore che fece saltare una carica esplosiva nascosta in un cunicolo di drenaggio sotto l’autostrada A29, nei pressi di Capaci. Il convoglio era formato da tre Fiat Croma blindate. La prima, di colore marrone, fu travolta in pieno e sbalzata fuori strada: vi viaggiavano gli agenti Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo, morti sul colpo.
Sulla seconda, quella bianca, era Falcone stesso al volante, con accanto la moglie Francesca Morvillo e con l’autista giudiziario Giuseppe Costanza seduto sul retro. Falcone e la Morvillo non sopravvissero alle ferite; Costanza si salvò. Quell’ammasso di lamiere bianche piegate dall’urto ha smesso di essere un’automobile: è diventato il reperto più eloquente di una stagione in cui Cosa Nostra sfidò lo Stato a viso aperto.
Una custodia nata nel 2002
L’idea di conservare quella tragica testimonianza di morte risale al 2002, quando Enrico Ragosa, dirigente del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, incaricò l’architetto Matteo Proto di progettare una struttura espositiva adeguata.
I lavori partirono nell’autunno 2011 e la teca fu inaugurata il 18 maggio 2012 dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e dal Guardasigilli Paola Severino. Da allora la vettura è custodita nella Piazza d’Armi della Scuola di Formazione della Polizia Penitenziaria di Roma, intitolata al giudice Falcone, aperta ogni anno ad autorità e migliaia di studenti.
La protesta della Polizia Penitenziaria
Ora quella teca verrà spostata. Nordio ha dichiarato che l’automobile sarà portata al Museo del Presente di Palermo, inaugurato nel 2025 e dedicato alla cultura della legalità, indicando la famiglia del giudice come sostenitrice della scelta. La reazione del sindacalismo penitenziario è stata immediata.
Il Sappe – Sindacato Autonomo della Polizia Penitenziaria – ha inviato una lettera formale al Guardasigilli chiedendo la sospensione del provvedimento. Il segretario generale Donato Capece ha rivendicato il lavoro compiuto dall’Amministrazione per dare dignità a quel reperto e ha sollevato una questione di metodo: perché cedere un bene di così alto valore civile da una struttura statale a quello che viene descritto come un soggetto privato, senza rendere noti atti, ragioni e costi?
La Confederazione Sindacati Penitenziari, con il presidente Mimmo Nicotra, ha adottato toni ancora più duri, accusando il ministro di aver liquidato come ordinaria logistica una vicenda di ben altro peso e di aver cancellato con un tratto di penna oltre un decennio di presidio istituzionale su quella memoria. Per i sindacati non c’è nessun semplice trasloco: c’è invece uno strappo che nessun comunicato può ricucire.
La risposta del Ministero
Il Ministero della Giustizia ha risposto con una nota ufficiale: il trasferimento ha carattere provvisorio ed è stato disposto per accogliere una richiesta formulata congiuntamente dalla professoressa Maria Falcone – sorella del giudice e presidente della Fondazione Falcone – e dai vertici del Museo del Presente, il presidente Vincenzo Di Fresco e il direttore Alessandro De Lisi.
È stata dunque la famiglia del magistrato a chiedere che la Croma tornasse in Sicilia. Una risposta che attenua le accuse di arbitrarietà, ma non chiude la partita: il nodo sulla trasparenza dell’operazione e sulla natura giuridica del soggetto destinatario resta aperto.
Una memoria che appartiene a tutti
Al di là degli schieramenti, la vicenda pone una domanda che supera le parti: a chi spetta decidere dove custodire ciò che resta di una strage di Stato?
Quella Fiat Croma non ha un proprietario in senso pieno. Appartiene alla storia di un Paese che ha perso i suoi servitori migliori e ha scelto di tenerne vivo il ricordo.
Qualunque scelta si faccia, dovrebbe nascere dalla trasparenza e dal rispetto verso chi, quella memoria l’ha custodita per oltre un decennio.
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