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Sociale

Zavalani ha ragione!

di Alberto Filippi -


C’è qualcosa di profondamente comico — e al tempo stesso istruttivo — in quello che sta accadendo attorno a Esperia Italia. Un sito nato da pochi anni, fondato da Gino Zavalani, italo-albanese arrivato in questo Paese senza nulla e capace di costruirsi con intelligenza, coraggio e un microfono una voce che oggi dà fastidio a molta gente importante. Molto fastidio. Il genere di fastidio che produce, immancabilmente, interrogazioni parlamentari.

Già: l’interrogazione parlamentare. Quello strumento solenne, presidio della democrazia, baluardo dell’interesse pubblico, che Alleanza Verdi e Sinistra ha pensato bene di imbracciare non contro l’inflazione, non contro le liste d’attesa in ospedale, non contro il disagio giovanile — ma contro un sito Internet di destra che cresce, piace e, soprattutto, risponde. Bisogna avere un certo talento per trasformare il successo altrui in questione di Stato. Un talento, bisogna riconoscerlo, che ad AVS non manca…

Il punto è questo: per decenni in Italia ha dominato una regola non scritta ma ferreamente applicata. Trasmissioni come Report, testate progressiste, influencer e opinionisti di sinistra hanno parlato come se le loro parole fossero incise su tavole di pietra. Parole sacre. Inattaccabili. Chiunque osasse contraddirle veniva automaticamente elevato a nemico della libertà di stampa, dell’informazione, della democrazia e, nei casi più gravi, della civiltà occidentale. Certo, si può non condividere ma in religioso silenzio! Il meccanismo era semplice: io critico, tu non mi critichi. Un privilegio da cardinale medievale.

Poi è arrivato Zavalani, che ha fatto una cosa quantomeno logica: ha usato lo stesso metodo. Ha costruito una piattaforma, ha formato una redazione, ha prodotto contenuti, ha preso posizione. E — dettaglio imperdonabile — è andato a chiedere conto a Sigfrido Ranucci in persona, telecamera in mano, durante la presentazione di un libro. Ranucci, abituato a fare le domande, non le domande a riceverle. Il video del confronto è diventato virale. Le facce, come si dice, valgono più di mille parole.

Zavalani ha spiegato la sua linea con disarmante semplicità: Esperia nasce come contraltare alla deriva antioccidentale, pro-Occidente senza se e senza ma. Niente filorussi, niente antisemiti, niente complottisti del lunedì. Diversamente da una pletora di influencer filorussi e filocinesi, Esperia non pubblica contenuti antisemiti, antiamericani, antioccidentali, antieuropei: una scelta precisa e consapevole. Eppure è proprio questa piattaforma, limpida nella sua collocazione, che Wired, IrpiMedia, l’Hermes Center e mezzo universo progressista hanno deciso di smontare pezzo per pezzo, con un’inchiesta sostenuta addirittura da un grant specifico per il “giornalismo investigativo e la società civile”. Una montagna di risorse per scalare un sito di creator. Proporzionale, no?

E qui sta il paradosso che vale la pena di incorniciare e appendere in parlamento — magari proprio nell’ufficio di chi ha firmato l’interrogazione. Se fare informazione schierata a sinistra è giornalismo, cultura, pluralismo e presidio democratico, perché fare informazione schierata a destra è propaganda, pericolo, anomalia da decifrare? La risposta logica è che non esiste una risposta logica: esiste solo un riflesso condizionato, il riflesso di chi per trent’anni ha tenuto il monopolio del microfono e non ha ancora metabolizzato che il microfono ora lo possono tenere in mano anche gli altri.

Dopo la messa in onda del servizio di Report su Esperia, secondo Zavalani sono arrivati “tantissimi attacchi razzisti” sui social, con il fondatore che ha dichiarato: “Sono trent’anni che vivo in Italia e attacchi di questo tipo li ho ricevuti solo dopo Report”.

Dunque: una trasmissione che si presenta come paladina dell’antirazzismo avrebbe, sottolineando ossessivamente le origini albanesi del fondatore, contribuito ad alimentare il clima che ha prodotto quegli attacchi. Interessante. Molto interessante. Forse che i razzisti arrivino non più dalle destre del passato ma dalla sinistra del presente? Quasi da interrogazione parlamentare, si potrebbe dire.

Ma Esperia, a differenza di molti altri, non si è lamentata in privato. Ha risposto. Pubblicamente, documentalmente, con i toni di chi non ha nulla da nascondere e tutto da dire. Ha persino annunciato di voler regalare a Ranucci una membership onoraria, conferendogli il titolo di “Ambasciatore Esperia”. Ironia tagliente, elegante, quasi gentile. Il genere di risposta che chi è abituato a colpire senza essere colpito fatica a gestire.

Un piccolo consiglio, allora, a chi agita interrogazioni come se fossero randelli: organizzate un confronto diretto. In studio, in diretta, alla luce del sole. Mettete Zavalani di fronte a chi lo critica e lasciate che sia il pubblico a giudicare. Se avete ragione, non avete nulla da temere. Se non lo fate, la risposta — quella vera — l’avete già data voi stessi.

La libertà di stampa, lo sappiamo, è sacra. Ma evidentemente lo è di più quando la esercitano certi. Per tutti gli altri, c’è sempre un’interrogazione parlamentare pronta all’uso.


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