“La Gioia”, dalla cronaca al cinema senza sensazionalismi
Ieri il film La Gioia è stato presentato in anteprima nazionale al Cinema Romano.
La proiezione è stata introdotta dal regista Nicolangelo Gelormini e dagli attori protagonisti Valeria Golino e Saul Nanni, alla presenza di Paolo Manera, direttore della Film Commission Piemonte. Un momento sentito, in cui non è mancato il ringraziamento alle maestranze e al territorio: il film è stato infatti realizzato in gran parte a Torino e nei dintorni, diventandone parte viva e sostanziale.
Nel 2016 la scomparsa e l’uccisione di Gloria Rosboch, insegnante del Canavese, da parte di un suo ex studente, scosse profondamente l’opinione pubblica. A distanza di quasi dieci anni, La Gioia sceglie di tornare su quella vicenda non per riaprirne il processo mediatico, ma per fare un passo indietro, più profondo.
Il film di Nicolangelo Gelormini prende le mosse da quel fatto di cronaca, senza cercare il sensazionalismo e la ricostruzione morbosa. La cronaca resta sullo sfondo, quasi sospesa, anche perché a tratti trasfigurata. Al centro, invece, ci sono gli individui.
Il racconto si concentra su due solitudini prima ancora che su una vittima e un colpevole. Due vite lontane per età e posizione, ma accomunate dalla stessa fame: essere visti, riconosciuti, sottratti a quella zona di confine in cui si esiste senza mai sentirsi davvero presenti. È in questo spazio fragile che prende forma l’illusione della gioia — promessa, immaginata, mai raggiunta da nessuno dei due — e insieme il cortocircuito che porterà alla tragedia.
Saul Nanni offre una grande prova d’attore. Il suo Gabriele Defilippi è un personaggio cangiante, magnetico, continuamente sfuggente. Angelo e demone convivono nello stesso sguardo: seduzione e minaccia, fragilità e freddo calcolo. Nanni buca lo schermo dando vita a un personaggio imprevedibile e disturbante, mai riducibile a una maschera unica. Più che interpretare un colpevole, dà corpo a un vuoto che cambia forma a seconda di chi ha davanti.
Accanto a lui, Valeria Golino costruisce una Gloria Rosboch di rara delicatezza. La sua è una donna goffa, trattenuta, profondamente umana, che vive in bilico tra ciò che è e ciò che avrebbe voluto essere. Senza mai sconfinare nella macchietta (e il rischio è dietro l’angolo) Golino restituisce il desiderio ingenuo e disperato di uscire dall’invisibilità, di sentirsi finalmente scelta e vista. Non chiede mai allo spettatore di giudicare o assolvere: mostra un individuo, e in questa umanità nuda il film trova uno dei suoi punti più dolorosi.
Lo sguardo di Gelormini è etico, invita all’empatia senza mai diventare indulgente, grazie anche a un certo realismo magico disseminato qua e là. Non cerca mostri, ma complessità. In questo senso, La Gioia rifiuta le scorciatoie emotive e chiede allo spettatore di restare in una zona scomoda: non giudicare i personaggi sbagliati ma accoglierli, capirne le ragioni.
Accanto ai due protagonisti, spicca anche la prova intensa di Jasmine Trinca, che interpreta la madre di Gabriele. Un personaggio sbilanciato, affamato di riscatto e di soldi facili, intrappolato in una vita fatta di precarietà e desideri storti. La sua è una presenza torbida, segnata da una relazione ambigua a tre con un amico di famiglia — a sua volta legato al figlio — che contribuisce a disegnare un ambiente emotivo confuso, privo di confini chiari. Trinca restituisce con precisione questa fame emotiva e materiale, aggiungendo un ulteriore tassello a un racconto corale in cui nessuno è davvero innocente, ma tutti sono profondamente umani.
Torino e i suoi dintorni non sono un semplice sfondo, ma una presenza viva che riflette lo stato emotivo dei personaggi. L’ennesima conferma che il lavoro della Film Commission Piemonte valorizza il territorio senza estetizzarlo, rendendolo parte integrante del racconto, specchio di certe vite ai margini.
La gioia non consola e non offre risposte facili. Ma apre uno spazio necessario di riflessione su quanto il bisogno di riconoscimento possa diventare pericoloso quando incontra la persona sbagliata. È un film che fa male non solo per ciò che mostra, un fatto realmente accaduto, ma per ciò che ci costringe a guardare: un’umanità fragile, il senso di vuoto e isolamento che caratterizza il nostro tempo, qualcosa di più universale che viene prima della notizia.
Ed è proprio per questo che resta.
Giuliana Prestipino ilTorinese.it
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