La stanza dei bottoni (e del letto)
Ilaria Salis ha un caro amico. Un caro amico con qualche piccolo precedente, come si dice con quella delicatezza lessicale che si riserva solitamente ai recidivi con il curriculum vitae più movimentato delle Brigate Rosse in trasferta.
Questo caro amico — pagato da noi contribuenti in qualità di assistente parlamentare — non si limita a frequentare cortei dove “sfasciare tutto” è il programma minimo: condivide anche la stanza d’albergo con la sua datrice di lavoro. Cose che capitano, si sa. La vita è piena di coincidenze, soprattutto quando si tratta di spese rimborsate.
Ora, per le leggi europee che regolano i rimborsi ai parlamentari, il collaboratore stipendiato con fondi pubblici non può essere né un compagno di vita né un familiare. Non è un dettaglio burocratico: è la norma che esiste proprio per evitare che il denaro dei cittadini finanzi la vita privata degli eletti anziché il loro lavoro istituzionale.
Ma evidentemente per la Salis la distinzione tra vita pubblica e vita privata è un concetto elastico, come del resto lo è la distinzione tra un “caro amico” e un convivente che si porta in missione istituzionale a spese dello Stato.
Parliamo di una parlamentare che, se dovesse dimettersi per un solo motivo, avrebbe l’imbarazzo della scelta. Si dimetta per i precedenti penali propri. Si dimetta per le indagini a suo carico. Si dimetta perché non è solo indagata ma già sotto processo.
Si dimetta per la natura delle accuse — violenza, aggressione, non certo un’evasione dell’ICI sul garage, anche perché eventualmente la Salis il garage lo occupa e l’ ICI sarebbe comunque pagato dal proprietario del garage occupato dalla Salis! Si dimetta per aver trasformato il mandato parlamentare in un contratto di convivenza a carico del contribuente europeo. Cinque ragioni, una più solida dell’altra. Eppure eccola lì, salda al suo scranno come una catena — oggetto, peraltro, con cui ha una certa familiarità.
Ma il vero capolavoro della vicenda non è la Salis. È il partito che l’ha candidata, fatta eleggere e difende con fervore apostolico: Alleanza Verdi e Sinistra, con in testa Fratoianni e Bonelli, quel Bonelli che in un mare di lacrime annunciava la candidatura di un certo Sumaoro … giusto per non dimenticare!
Fratoianni e Bonelli campioni mondiali della categoria “dimissioni subito” applicata rigorosamente agli avversari. Questi signori hanno trasformato la richiesta di dimissioni in uno sport da combattimento — con la stessa intensità, guarda caso, con cui la Salis e i suoi cari amici praticano altri sport da combattimento per le strade di Milano. Ministri di centrodestra chiamati a lasciare per questioni fiscali, per nomine discutibili, per un tweet infelice, per uno sguardo storto.
Dimissioni subito, dimissioni sempre, dimissioni come atto di igiene democratica — quando a doversi dimettere sono gli altri.
Quando invece si tratta di una loro eletta — processata, convivente-dipendente incluso nella trasferta istituzionale, caro amico con curriculum da stadio durante i disordini — allora scatta il garantismo di lusso, quello che non si trovava negli scaffali quando serviva ai colleghi del centrodestra. Fratoianni, che ha fatto della purezza etica la sua cifra stilistica, tace con la compostezza di chi sa che il silenzio, a volte, è la forma più elegante dell’ipocrisia.
E arriviamo così al finale. Quello a sorpresa.
La Salis, in fondo, non è il problema. È la soluzione. La soluzione perfetta, plasticamente esemplare, al quesito che da anni agita il dibattito politico italiano: esiste davvero una sinistra morale, intransigente, coerente con i princìpi che predica? La risposta, condensata in una stanza d’albergo condivisa tra parlamentare e assistente-compagno pagato dal contribuente, è no. Non esiste.
Esiste solo una sinistra che chiede agli altri ciò che non è disposta a praticare, che invoca trasparenza quando fa comodo e la archivia quando disturba, che trasforma l’indignazione in arma selettiva da puntare sempre e solo a destra.
La Salis non dovrebbe dimettersi perché è di sinistra. Dovrebbe dimettersi perché è esattamente ciò che la sua parte politica dice di combattere.
E questo, per Fratoianni e Bonelli, è il vero problema. Non la stanza. Lo specchio.
Torna alle notizie in home