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La Svizzera dice no al tetto “10 milioni”

Sventate le ripercussioni che avrebbero pesato pure sui lavoratori italiani transfrontalieri

di Giorgio Brescia -


Il popolo della Svizzera ha espresso il proprio verdetto insindacabile: l’iniziativa popolare sul tetto “10 milioni”, promossa dalla destra conservatrice dell’Udc, è stata ufficialmente battuta e respinta.

La consultazione referendaria

Il referendum mirava a porre un tetto rigidissimo alla crescita demografica del Paese attraverso severe limitazioni ai flussi migratori. Non ha superato lo scoglio delle urne, segnando un punto di svolta cruciale per il futuro economico e sociale della Confederazione Elvetica.

L’esito del voto allontana lo spettro di una reintroduzione unilaterale dei contingenti sui lavoratori stranieri. E mette in sicurezza, almeno per il momento, gli storici accordi bilaterali tra Berna e l’Unione Europea, cruciali anche per migliaia di lavoratori italiani e frontalieri.

L’iniziativa, depositata dall’Udc dopo aver raccolto le firme necessarie, proponeva una modifica costituzionale drastica. Se la popolazione residente avesse superato i 9,5 milioni di abitanti prima del 2050, il Consiglio Federale – il governo elvetico – avrebbe dovuto adottare misure restrittive urgenti, in particolare nel settore dell’asilo e dei ricongiungimenti familiari.

La Svizzera dice no al rischio multiplo di un “blocco”

Nel caso di raggiungimento della soglia limite di 10 milioni di persone, Berna sarebbe stata costretta a denunciare gli accordi internazionali legati alla libera circolazione. Tuttavia, la maggioranza dei cittadini e la totalità della comunità economica hanno scelto di votare contro il timore di un simile blocco.

Le imprese svizzere dipendono strettamente dalla manodopera qualificata estera. Un tetto demografico avrebbe causato una paralisi nel reclutamento di personale, colpendo settori chiave come la sanità, la tecnologia e l’industria.

La fine della libera circolazione avrebbe attivato la cosiddetta “clausola ghigliottina”, facendo decadere l’intero pacchetto degli Accordi Bilaterali I con Bruxelles.

Con una popolazione interna che invecchia rapidamente, la Svizzera ha guardato all’apporto dei lavoratori immigrati come fondamentale per mantenere in equilibrio i sistemi pensionistici e assistenziali nazionali. La bocciatura del referendum sulla “Svizzera da 10 milioni”, accolta con un evidente sospiro di sollievo non solo a Berna, ma anche nelle regioni di confine italiane, in particolare in Lombardia e in Piemonte.

Sventate le ripercussioni su lavoratori italiani

I flussi dei lavoratori frontalieri (oltre 90mila solo dalla provincia di Varese, Como e del Verbano-Cusio-Ossola) rischiavano di subire pesanti ripercussioni. Sebbene i frontalieri non rientrino direttamente nella categoria della “popolazione residente permanente”, le storiche strette migratorie dell’Udc hanno sempre mirato a una preferenza nazionale indigena. Avrebbe complicato il rinnovo dei permessi di lavoro G e irrigidito il mercato del lavoro nei Cantoni di frontiera come il Ticino, i Grigioni e il Vallese.

Secondo gli studi indipendenti commissionati dalla Segreteria di Stato della migrazione, congelare la crescita demografica della Svizzera a 10 milioni avrebbe comportato una contrazione del Pil pro capite stimata tra il 2% e il 5% sul lungo periodo, a causa della carenza di personale nei settori produttivi primari.

Nonostante la netta sconfitta nelle urne, un dibattito sulla gestione delle infrastrutture e della crescita demografica ancora aperto. L’Udc ha già fatto sapere che la pressione sulle risorse naturali, sui trasporti pubblici e sui prezzi degli affitti — considerati dai promotori i veri effetti collaterali dell’immigrazione di massa — rimarrà al centro dell’agenda politica.

Il Consiglio Federale e i partiti di centro-sinistra, pur celebrando la vittoria del “No”, sanno che la sfida dei prossimi anni risiederà nel saper governare una crescita sostenibile. Saranno necessari investimenti strutturali nei trasporti, nell’edilizia abitativa e nelle politiche energetiche, per dimostrare alla cittadinanza che una Svizzera dinamica e aperta all’Europa può prosperare senza rinunciare alla sua proverbiale qualità della vita.


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