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L’acqua non è gratis: tra PFAS e reti colabrodo, serve una scossa industriale

di Redazione -


di GIOVANNI BATTISTA RAGGI

L’emergenza inquinanti e il gap infrastrutturale impongono la fine delle gestioni frammentate. Il “piccolo” non è più bello, è solo inefficiente.

Guardiamoci in faccia e sgombriamo il campo dalla retorica: gestire l’acqua non è un’attività bucolica, è una sfida industriale ad altissima complessità. Se continuiamo a trattare il servizio idrico come un semplice accessorio amministrativo locale, il sistema collasserà sotto il peso di due macigni: i nuovi inquinanti emergenti e una rete che, letteralmente, perde pezzi.

Il primo macigno è invisibile e si chiama PFAS. Le sostanze perfluoroalchiliche non sono un’invenzione allarmistica, ma una realtà chimica che ha costretto l’Europa a riscrivere le regole. La Direttiva UE 2020/2184, recepita col decreto legislativo 18/2023, ha abbassato drasticamente i limiti di tolleranza. Adeguarsi non è gratis. Richiede tecnologie di filtrazione avanzata come carboni attivi e osmosi inversa, monitoraggi continui e una gestione dei residui estremamente onerosa. La domanda è brutale ma necessaria: chi paga? La sicurezza sanitaria ha un costo operativo che non può essere ignorato nelle tariffe, pena il fallimento dei gestori o la non potabilità dell’acqua.

Ed è qui che ci scontriamo con la realtà dei numeri. I dati diffusi da Utilitalia nel 2025 ci dicono che qualcosa si muove: la previsione degli investimenti per l’anno in corso tocca finalmente quota 80 euro per abitante. È un ottimo segnale, siamo a un passo dalla media europea storica di 82 euro. Ma non illudiamoci: questo balzo è “drogato” dall’eccezionalità del PNRR. I paesi scandinavi, quelli che fanno davvero scuola, viaggiano stabilmente sopra i 100 euro anche senza piani straordinari.

Soprattutto, investire oggi non cancella i decenni di immobilismo di ieri. Il risultato di quel “braccino corto” storico è ancora drammaticamente evidente: i dati ISTAT confermano che le perdite di rete sono inchiodate al 42,4%. Buttiamo via quasi metà dell’acqua che immettiamo nei tubi, proprio mentre la crisi climatica ci presenta il conto con estati sempre più siccitose e razionamenti.

Il vero scandalo, tuttavia, non è quanto investiamo in media, ma chi investe. L’Italia soffre di un divario gestionale imbarazzante. Se i gestori industriali corrono verso gli 80 euro pro capite, le gestioni comunali “in economia” restano ferme al palo, con investimenti medi di appena 29 euro per abitante.

Diciamolo chiaramente: il piccolo comune che gestisce l’acquedotto in autonomia investe un terzo di quanto servirebbe. Non ha la forza finanziaria per comprare i filtri anti-PFAS, né le competenze ingegneristiche per digitalizzare la rete. Le gestioni in-house hanno senso solo se raggiungono una scala industriale rilevante, quella dell’Area Vasta. La gestione in economia è un lusso ottocentesco che non possiamo più permetterci.

C’è poi un tabù da sfatare: quello della redditività. Spesso si demonizza l’utile nell’acqua pubblica, dimenticando come funziona l’economia reale. Il settore idrico regolato da ARERA garantisce una remunerazione sul capitale investito (RAB) che è l’unica leva per attrarre finanziamenti. Investire è conveniente? Sì, ma solo per chi ha le spalle larghe. È un circolo virtuoso: la redditività industriale genera la “bancabilità” necessaria per ottenere credito, il credito finanzia le nuove reti, e le nuove reti migliorano il servizio. Le piccole gestioni comunali, prive di bilanci solidi, sono tagliate fuori da questo circuito: non investono perché non hanno cassa, e non hanno cassa perché non fanno efficienza. Il profitto, se reinvestito e regolato, è il motore della sicurezza idrica, non il nemico.

Serve infine un cambio di paradigma culturale. I report di ACR+ ci ricordano che l’acqua va inserita in una logica di economia circolare. Penso alla gestione critica dei fanghi di depurazione: oggi smaltirli è un costo esorbitante per mancanza di impianti finali. Un’industria seria trasforma il fango in energia (biogas) e materia, non in un rifiuto da spedire all’estero a costi folli. Ma come possiamo parlare di tecnologie circolari avanzate se fatichiamo ancora a tappare i buchi nei tubi?

Serve coraggio politico. Coraggio di dire che le tariffe devono coprire i costi reali. Coraggio di imporre le aggregazioni tra gestori per superare l’atomizzazione locale. L’acqua è l’industria primaria del Paese: o la gestiamo da industriali, o ne pagheremo le conseguenze sanitarie ed economiche.


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