Le bugie insanguinate di Trump e Netanyahu sull’Iran
Benzina sul fuoco: nuove rivelazioni
L’attacco all’Iran non era “inevitabile”. Teheran voleva negoziare e non rappresentava una minaccia nucleare imminente. A rivelarlo non sono i Pasdaran, ma un’inchiesta esclusiva del giornale britannico The Guardian. L’advisor per la sicurezza nazionale della Gran Bretagna, Jonathan Powell, era presente agli ultimi round di colloqui a Ginevra e ha giudicato l’offerta iraniana “sorprendente” e sufficientemente seria da evitare il ricorso all’opzione militare. Due giorni dopo la fine di quei negoziati, Stati Uniti e Israele hanno iniziato a bombardare la Repubblica islamica, dimostrando il carattere strumentale delle trattative, intavolate al solo scopo di prendere tempo e organizzare l’offensiva militare.
Una tesi simile a quella di Joe Kent, il capo del centro anti-terrorismo Usa che si è dimesso dall’incarico denunciando di “non potere in buona coscienza sostenere la guerra in corso contro l’Iran”, avviata “a causa delle pressioni di Israele e le sue potenti lobby americane”.
Mojtaba Khamenei minaccia chi ha ucciso Ali Larijani
La Guida Suprema dell’Iran, l’ayatollah Mojtaba Khamenei, ha diffuso un messaggio di condoglianze in cui ha espresso “profondo dolore” per l’uccisione del segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, Ali Larijani, morto sotto le bombe israeliane. “Non c’è dubbio che il suo assassinio dimostri la sua importanza e l’odio che i nemici dell’Islam nutrivano nei suoi confronti. I nemici dell’Islam devono sapere che versare questo sangue alle radici del sistema islamico non fa altro che rafforzarlo. Naturalmente, ogni goccia di sangue avrà un prezzo che i criminali assassini dei martiri pagheranno prima o poi”, ha aggiunto la nuova Guida Suprema.
Prosegue l’eliminazione di figure apicali da parte di Usa e Israele. Il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, ha confermato l’uccisione del ministro dell’Intelligence, Ismail Khatib. In un post su X, Pezeshkian ha parlato di “vile assassinio”.
Le autorità iraniane hanno reso noto di aver arrestato 111 presunte “cellule monarchiche” in 26 province che complottavano contro la Repubblica islamica, oltre a sospette spie e individui accusati di collaborare con l’emittente “Iran International”, considerata illegale.
Bombe israelo-americane sulle infrastrutture energetiche dell’Iran
Dopo il raid israeliano sugli impianti collegati al giacimento di South Pars, nel sud dell’Iran, “è in vigore la legge del taglione e si apre un nuovo livello di confronto”, ha avvertito il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, secondo cui “i nemici dell’Iran” sono “arrabbiati e frustrati” e, colpendo le infrastrutture, cercano di “nascondere le sconfitte sul campo di battaglia”. “Una azione che equivale a un suicidio per loro”, ha proseguito Ghalibaf, lasciando intendere una possibile rappresaglia.
Le condanne di Qatar e Emirati Arabi Uniti
Il Qatar ha condannato come “pericoloso e irresponsabile” l’attacco, attribuendone la responsabilità a “Israele”. In una nota, il portavoce del ministero degli Esteri di Doha, Majed al-Ansari, ha sottolineato che “colpire le infrastrutture energetiche rappresenta una minaccia per la sicurezza energetica globale, nonché per le popolazioni e l’ambiente della regione”. Il giacimento di South Pars è collegato al North Dome qatariota ed è uno dei più grandi al mondo per la produzione di gas. Anche gli Emirati Arabi Uniti hanno evidenziato la gravità dell’accaduto, che rischia di innescare delle reazioni a catena.
“È stato un segnale di ciò che potrebbe accadere in seguito”, ha riferito ad Axios un funzionario israeliano di alto livello. L’operazione sarebbe stata coordinata tra l’ufficio del primo ministro israeliano e la Casa Bianca per inviare un “segnale” ben preciso: se l’Iran continuerà a bloccare il passaggio delle petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz, potrebbe diventare sistematico il bombardamento delle sue infrastrutture energetiche.
Il fronte libanese
Mentre l’attenzione generale è quasi del tutto concentrata sull’Iran, Tel Aviv sta facendo del Libano una sorta di “Gaza 2”. Dal 2 marzo si contano già 968 morti. A diffondere l’ultimo bilancio ufficiale, riportato dai media locali, è stato il ministero della Salute di Beirut. I feriti sono 2.432. Sotto il fuoco israeliano è caduto anche Mohammad Sherri, il responsabile dei programmi politici della tv libanese al-Manar, vicina ad Hezbollah.
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