L’eredità morale di Giuseppe De Rita
Giuseppe De Rita è universalmente considerato il Padre riconosciuto (e venerato, direbbe Berselli) della sociologia italiana, il precursore della “lettura sul campo” della fisionomia di una società, dei suoi incunaboli, dei suoi pubblici segreti. Inventore della “Metafora” con cui allestiva la cineteca del paesaggio sociale e raffigurava ombre e luci del paese reale che il Censis raccontava ogni anno scrutando oltre “la siepe” le volatili pulsioni del genus italiano.
Un raro esercizio di introspezione psicoanalitica che sondava profondità e attitudini di un paese insieme fragile e meteorico eppure insospettabilmente capace di declinare una virtuosa identità civile e morale. Talvolta nascosta sotto un costume friabile perfino qualunquista.
Di De Rita ho appena riletto il bellissimo refrein (2024 ed Solferino) di una vita, la sua, spericolata e inventiva lunga e avventurosa, una genialità intrigante e ardita.
Come la sua indomita fiducia nel gene individualista eppure solidale degli italiani. Alle prese oggi con l’universale deperire della democrazia verso quella torsione “oligarchica” che provvede al concreto funzionamento delle società moderne. Che corrono verso semplificazione e verso la prevaricazione della “opinione” sulla partecipazione.
In una intervista sulla Stampa De Ripa riprende il discorso di fine d’anno di Mattarella e lo assume a magistrale riepilogo dell'”epos” (democristiano) che seppe costruire lo stato sociale, il welfare della nostra modernità.
Soprattutto in un tempo nel quale i Partiti non inseguivano una opinione per conseguire il consenso, ma costruivano il consenso con una idea di futuro ch’era elaborazione, partecipazione perfino immolazione. Un processo, dice De Rita, ch’è “proprio di una cittadinanza incardinata su se stessa”: da Paese capace di connettersi e riconoscersi come soggetto vitale di storia.
Circola nel pensiero del Guru del nostro primordiale approccio alla modernità un ragionato pessimismo della intelligenza. Che non si specchia nel passato, pretende anzi di indicare una strada. “Cercare cercare ancora” … Che ricorda il vecchio incipit di un messaggio di Claudio Napoleoni di un tempo mai così attuale. Una lanterna nel deserto di sale.
Torna alle notizie in home