Lettera aperta al ministro della Giustizia Carlo Nordio
“La riforma ha il mio nome, mi assumo la responsabilità politica”. Le sue parole di ieri, ministro, hanno il merito – raro nel panorama politico – di portare il confronto sul terreno della responsabilità personale. Ma no, non è solo colpa sua. Le diamo atto della sua onestà intellettuale ma la nostra ci impone di far presente che sarebbe non solo riduttivo, ma anche fuorviante addossare a lei l’onere di una sconfitta così sonora. . In parte lei stesso lo ammette quando riconosce che “difetti di comunicazione o impostazione” sono stati “anche” suoi: appunto, non solo suoi. E troppo lungo sarebbe l’elenco. Intanto si sono il suo sottosegretario Andrea Delmastro e la sua capo di gabinetto Giusi Bartolozzi. Ma ciò che è emerso dal voto va ben oltre una questione tecnica o comunicativa.
È stato, a tutti gli effetti, un voto politico. Un giudizio complessivo sull’operato del governo, sulle sue scelte, sui suoi equilibri interni e sulla gestione di partite delicate – dall’economia alla sanità ad altri ambiti della politica nazionale e internazionale – fino alla dimensione sempre più decisiva della scelta di collaboratori e testimonial vari. Trasformare il voto in un giudizio sul governo è stato “eticamente” discutibile, ma strategicamente efficace e mobilitante. C’è però un punto su cui è difficile non concordare con lei: la vera vincitrice non è una coalizione politica – con buona pace del fronte Schlein, Conte, Bonelli, Fratoianni e Landini – ma un soggetto formalmente non politico che, nei fatti, lo è: l’Associazione Nazionale Magistrati.
La sua centralità in questa partita è stata evidente e il suo potere contrattuale ne è uscito oltremodo rafforzato. Non è una lettura polemica, ma una constatazione. Ed è qui che si apre il nodo più delicato. Mentre il segretario generale Rocco Maruotti sostiene che l’associazione “non è un attore politico”, è difficile ignorare gli effetti politici concreti del suo intervento. Non serve dichiararlo per esserlo: basta incidere sugli equilibri e orientare il consenso. Le immagini di Milano, con magistrati che applaudono e brindano in Tribunale, o i cori di Napoli, al di là delle giustificazioni, restituiscono una percezione che pesa. Anche quando il presidente dimissionario Cesare Parodi parla di “momento di sfogo”, il problema resta: la percezione di imparzialità è parte integrante della funzione. E quando si incrina, il danno non è solo simbolico.
La questione, allora, non è stabilire chi abbia vinto o perso né trovare un colpevole. La vera domanda è: cosa diventa oggi l’Anm? Un sindacato legittimo, certo. Ma anche un soggetto capace di esercitare una pressione politica significativa, interlocutore inevitabile per qualsiasi governo. E per il suo dicastero, Nordio. Siamo sicuri che fra magistrati un punto di confronto lo troverete. È su questo terreno che si misura oggi la responsabilità più alta. Perché la giustizia, prima ancora che un terreno di riforma, è un pilastro di fiducia. E quella fiducia si ricostruisce solo attraverso un confronto vero, continuo e costruttivo.
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