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Economia

L’Europa riparte, il patto Italia-Germania per la competitività

A Parigi servono gli eurobond per risparmiare sul (suo) debito, all'Europa serve tornare a crescere sul serio

di Giovanni Vasso -


Italia, Germania alla prova della competitività. Alden Biesen, un tempo, fu una roccaforte dell’Ordine Teutonico. Oggi, il castello che dista a un’oretta di auto da Bruxelles, può essere il laboratorio della nuova Europa a guida italo-tedesca. Un’intesa che si ispira a una sola priorità: la competitività. Che, poi, le racchiude tutte. Doveva essere un incontro tra pochi Paesi membri, gli inviti – spediti più per cortesia istituzionale – sono andati a ruba. Emmanuel Macron ci sarà. Come i “padroni di casa”, Friedrich Merz e Giorgia Meloni. Non saranno redatti documenti, non ci sarà alcuna posizione ufficiale. Fatto che, in realtà, testimonia proprio l’opposto: da ciò che sarà deciso oggi, discenderà il vero futuro dell’Europa.

Competitività vs euro forte

E sono due le direttrici, opposte e apparentemente inconciliabili, che si fronteggiano. Uno scontro titanico. Per farla breve, senza edulcorare: l’industria contro le banche. Ovvero, la produttività contro l’establishment che ancora governa (maluccio, per la verità) Bruxelles. Sullo sfondo, una questione che marginale non è: che fare dell’euro. I banchieri, con l’ex advisor Nestlé già manager per Rotschild Emmanuel Macron, hanno le idee chiare. Diventare potenza in senso finanziario, far sì che la moneta unica diventi la prima divisa globale di riserva. Per farlo occorre fare le riforme.

La scelta di Ursula

Quelle che, puntualissime, ha elencato la loquacissima Ursula von der Leyen. Impegnatissima, oggi come sempre, a mettere tutto insieme per non scontentare nessuno, almeno fino a quando occorrerà prender decisioni. O meglio, ratificare le scelte che si assumono negli incontri informali. Ursula, appunto, ha tuonato pure sulla necessità di abbattere i dazi interni, sulla semplificazione (come se la superfetazione di leggine – specialmente green – siano dovute a un destino cinico e baro e non a precise responsabilità politiche anche sue), e appunto sulla competitività. Lascerà che al castello di Alden Biesen, i litiganti incrocino le lame. Poi sceglierà, anzi prenderà atto di quale dei temi è più urgente.

Perché a Parigi servono (ora) gli eurobond

La vicenda eurobond, ventilata da Macron e rilanciata da tutto lo schieramento dei banchieri (compreso il governatore della Bundesbank Nagel), è centrale. E, come fin troppo prevedibile, un’esca. Punta a far fallire, sul nascere, la strana intesa tra l’Italia mediterranea e “stracciona” e la Germania nordica e gretta. Il tranello funziona. E dà a tutti, soprattutto a chi finora non parlava proprio in ossequio a Berlino, l’agio per tornare sulla necessità di fare debito comune. Addirittura il Partito democratico di Elly Schlein, che nonostante le mattane della segretaria è pur sempre espressione della più adamantina fede gallicana, rilancia sul tema. Che oggi diventa la panacea di tutti i mali. Sì, ma di Parigi. Già, perché gli eurobond costerebbero meno, in termini di interessi, a un Paese come la Francia dove il bilancio è passato a forza di forzature (non un caso il gioco di parole), il debito s’è impennato e i mercati pretendono interessi più alti.

Il sogno (proibito) dei banchieri

Viceversa, alla Germania continua a convenire emettere i suoi bund perché i titoli Ue le costerebbero di più. Una volta tanto, l’Italia si ritrova a giocare nello stesso campo tedesco. Con lo spread in caduta libera, spia affidabilissima di una ritrovata fiducia da parte dei mercati, al governo di Roma può convenire emettere Btp (che peraltro vanno a ruba). Ma una sorta di Treasury europei puntellerebbe, ancora di più, le chance globali dell’euro. Il dollaro è in caduta libera ma resta saldamente al primo posto come valuta di riserva globale (poco sotto il 57%). Segue l’euro (più del 20%) che però deve convincere i mercati. Deve farsi Federazione (ecco da dove parte il richiamo di Draghi) e unirsi sul serio, accantonando le tentazioni di requisire denari per farne chissà cosa, se vuole convincere gli investitori internazionali.

L’economia reale è un’altra cosa

In mezzo, però, c’è un problema. Gigantesco come la crisi dell’economia reale. L’industria europea è all’anno zero. Chi esporta, come Italia e Germania, non può farlo se la sua valuta è troppo forte. Se non riparte la competitività e non si torna al centro delle supply chain, si sarà costruito sull’acqua. Chiacchiere, quelle che porta via il vento. Come il progetto Fcas. La finanza (e i mercati) si nutrono di chiacchiere, per carità. Ma sono poi i fatti che separano, al solito, il grano dal loglio. Senza fare sconti a nessuno, nemmeno ai banchieri e neanche a Macron.


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