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Economia

L’export sale, la fiducia delle imprese no

Boom esportazioni in Cina, bene il dato Usa. Il nodo energetico (e quello Mercosur)

di Cristiana Flaminio -


Una raffica di numeri per dire che, mentre la fiducia delle imprese vacilla (e quella dei consumatori sale) l’export nazionale continua a macinare buoni risultati. Il segno meno davanti agli indicatori dell’Istat va contestualizzato: a marzo, infatti, ci son state consegne della cantieristica navale. Senza cui, come rilevano gli analisti di via Cesare Balbi, ad aprile (col dato ufficiale che s’assesta sul -2,8% sul mese mentre il trend annuale ribadisce un aumento del 3,7%) si sarebbe fotografato un aumento delle esportazioni pari all’1,5%. Maggiore, a differenza di quanto accaduto un mese fa, di quello segnato dall’import che continua a salire (+1,3%).

L’aumento dell’export e la fiducia che non decolla

Sono i beni energetici, come era facile immaginare, a dominare ogni classifica di settore e comparto. Sul fronte delle importazioni, infatti, gli acquisti energetici sono aumentati addirittura del 25,3%. Le vendite di energia, sul lato export, hanno segnato un interessante aumento stimato in poco meno del 20% (per la precisione, si tratta del 19,6%). Il combinato disposto tra l’export e l’import verso i Paesi che sono al di fuori dell’Ue a 27 è, ad aprile, in attivo. L’avanzo, stimato dall’Istat, è pari a ben 3.846 milioni di euro. Un dato che risulta in netto aumento rispetto allo stesso mese di un anno fa, per un saldo positivo pari a ben 2.320 milioni in più. Crescono, ad aprile, le esportazioni verso la Svizzera (+39,4%), la Cina (+36,0%), e i Paesi Opec (+19,3%) oltre che verso gli Stati Uniti (+12,1%).  Diminuiscono le vendite verso Turchia (-21,3%) e Regno Unito (-3,0%).

Il nodo Mercosur

Un nodo, per ora, rimane il caso Mercosur. L’export verso l’America del Sud non sembra aver preso il volo, a differenza delle importazioni: gli effetti dell’accordo Ue si sentono già sull’import: +62,7%. Prima area globale anche rispetto all’import energetico dall’Opec (con un aumento del 51%). I numeri, però, consigliano di non far drammi. Già, perché i conti restano in attivo. L’avanzo commerciale italiano, ad aprile 2026, è in attivo di 17,5 miliardi di euro con i Paesi Ue. Si tratta di cifre che, per l’Istat, restano in aumento rispetto al primo quadrimestre del 2025, portando sul piatto della bilancia qualcosa come 13,6 miliardi di euro in più.

I prezzi alla produzione salgono

Ma, nonostante i dati export, le imprese italiane non sentono attorno un clima di grande fiducia. C’è la vicenda energetica che incombe. I dati sui prezzi alla produzione riferiscono, inoltre, che i costi affrontati dalle industrie in termini di materie prime è salito, in un mese, dello 0,3%. Sull’anno, il trend previsto riferisce di una risalita dei prezzi che sfiora il 7%, attestandosi al +6,8%. Non c’è bisogno di chissà quale sforzo per comprendere dove si annidino i problemi. Basta spulciare il dato sui prodotti energetici, che hanno fatto registrare (per ciò che attiene al coke e ai prodotti petroliferi raffinati) una vera e propria stangata stimata in addirittura il 79,1%. Giocoforza, le pressanti richieste dell’industria (e dell’economia) che non ricevono risposte apprezzabili da Bruxelles finiscono per impattare, a maggio, sulla fiducia delle imprese.

Imprese giù, consumatori su

Gli indicatori riferiscono un calo (da 95,1 a 94,1 punti) delle speranze degli imprenditori. Sale, invece, la fiducia dei consumatori. Ma, va da sé, gli indicatori non sono di certo pieni di speranza verso il futuro. Sono segnali, contraddittori. Che tali sono perché non possono prescindere da una situazione internazionale di estrema incertezza in cui l’Italia si trova immersa fino al collo. L’analisi degli operatori, dunque, bada al bicchiere mezzo pieno. Per l’Ufficio Studi di Confcommercio “dopo un bimestre di riduzione, dovuto all’inizio del conflitto in Iran, le famiglie tornano a mostrare, a maggio, un miglioramento della fiducia”. E ancora: “Dato che rappresenta un innegabile segnale positivo anche alla luce delle variabili che lo hanno determinato. Sulla scorta della percezione di una situazione familiare stabile, ed attesa in miglioramento, con giudizi positivi sull’andamento del bilancio familiare i consumatori sono tornati a guardare in modo più ottimistico sia al futuro personale che del Paese”.

L’analisi Confcommercio e Confesercenti

La cosa, però, che fa ben sperare Confcommercio è il fatto di aver colto “la sensazione che la fase più critica sia stata superata con attese, sia sulla disoccupazione sia sull’evoluzione dei prezzi, lievemente meno negative”. Secondo l’analisi di Confesercenti però la guardia deve restare alta: “Il permanere della crisi del Golfo, l’aumento dei prezzi dell’energia ed i primi segnali di accelerazione inflazionistica non si stanno quindi traducendo in un ulteriore ribasso del clima di fiducia delle famiglie, ma l’arretramento rispetto alle condizioni di inizio anno resta consistente e a ciò potrebbe corrispondere un rallentamento della spesa per consumi nel corso del secondo trimestre”. La richiesta, perciò, è netta: “Servono misure capaci di rafforzare i consumi, soprattutto a favore delle piccole imprese del terziario, che continuano ad operare in uno scenario fragile e disomogeneo. In particolare, anche in vista dell’avvio della stagione turistica, è importante mantenere i provvedimenti finora adottati volti a contenere il caro carburanti, che fino ad oggi hanno permesso di garantire la tenuta complessiva del sistema economico”. L’export, in fondo, aumenta e il segnale è positivo e la fiducia può tornare a salire. Chissà.


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