Libertà di culto tra fondamentalismo e crimine
, AGENTI, POLIZIOTTI
La civiltà di un Paese si misura nella capacità di tenere insieme libertà e sicurezza, diritti e responsabilità, che va intesa e praticata come dovere. Oggi questa tenuta è messa alla prova nei luoghi più ordinari della nostra convivenza, dalle stazioni ferroviarie ai treni, dai parchi ai marciapiedi delle città. È lì che tocchiamo con mano quanto fragile diventi la sicurezza quando la filiera istituzionale mostra crepe o quando la libertà di culto viene strumentalizzata da chi la usa per intrecciare fondamentalismo e criminalità.
L’omicidio di un capotreno, colpito alle spalle, e il tentativo di ferire un poliziotto durante un controllo non sono episodi isolati, sono la spia di una frattura più profonda. Il comune denominatore è chiaro, la presenza d’irregolari, spesso noti alle forze di polizia, che gravitano intorno alle stazioni in un’area grigia dove gli ordini di allontanamento restano sulla carta e i controlli non possono andare oltre l’identificazione.
Quando la risposta pubblica si ferma al rito dell’atto formale, lo spazio reale lo occupano altri. Mentre un’altra miscela pericolosa emerge dalle inchieste. Reti di fondi e coperture, dietro sigle apparentemente umanitarie, mostrano contiguità con il fondamentalismo islamico e con circuiti di finanziamento del terrorismo. Qui la distinzione è decisiva. La libertà di culto è un diritto, ma non può essere deformata per coprire chi la usa come paravento per minacciare la convivenza civile, quindi va monitorata e verificata sempre. Nessuna ambiguità è consentita verso chi strumentalizza la fede e mette in discussione la sicurezza e la libertà degli altri.
Difendere la propria religiosa significa isolare con rigore chi la piega a una logica di violenza e sopraffazione. Difendere un diritto, qui, significa impedirne la degenerazione in licenza e impunità. Su questo fragile terreno, il confronto tra politica e magistratura su espulsioni, trattenimenti e gestione dell’immigrazione irregolare ha trasformato le politiche di sicurezza in un campo di battaglia marcatamente identitario. Le divisioni su questioni così delicate rivelano una preoccupante immaturità della politica, incapace di convergere su soluzioni condivise per problemi complessi e antichi. Paghiamo decenni di sottovalutazione, programmazione intermittente, riforme incompiute o mai avviate, erosione delle funzioni di polizia.
In un Paese maturo, su questi temi non si costruisce consenso, si costruiscono politiche di lungo periodo per il bene dei cittadini e dello Stato. Intanto, la prima linea resta quella dei lavoratori dei trasporti, delle forze di polizia e dei sanitari. Per questo affermo con chiarezza che, pur essendo contrario a militarizzare il territorio, esistono emergenze che rendono necessarie deroghe mirate. Una soluzione immediata e concreta, alla luce della carenza organica, è l’impiego di pattuglie di militari coordinate da un poliziotto a bordo dei treni pendolari e di quelli a lunga percorrenza, oltre che nei principali scali ferroviari. Non per occupare spazi pubblici con le divise, ma rendere lo Stato visibile e affidabile, senza comprimere lo spazio civile dei cittadini. Il presidio costante svolge una funzione essenziale sul piano preventivo, rassicurante e dissuasivo.
Si tratterebbe di una risposta emergenziale, circoscritta nel tempo e va concepita come misura di prevenzione non strutturale. Chi viaggia quotidianamente, in particolare i pendolari, devono contare sulla presenza dello Stato, concreta e affidabile, capace di accompagnare la normalità dei flussi senza retorica. A questa dimensione va però affiancata una linea di rigore effettivo, non meramente declamatorio, espulsioni realmente eseguite nei confronti di chi rappresenta una minaccia, soprattutto quando dai controlli emergono precedenti significativi. Il rigore che non si traduce in esecuzione è soltanto proclamazione. E non bisogna derogare ai controlli mirati su associazioni che si presentano come umanitarie in settori a rischio infiltrazione. Servono verifiche, organici adeguati e un coordinamento stabile, in particolare nelle stazioni, che non possono e non devono trasformarsi in zone franche.
Sia ben chiaro, i problemi e i fatti criminogeni che viviamo arrivano da lontano. Al tempo stesso, affermo con nettezza di avere ben chiaro che la repressione non è la soluzione, perché le radici del disagio sono anche sociali, culturali e legate a politiche d’integrazione, capaci di ridurre marginalità e abbandono nei quartieri e negli scali ferroviari.
Tuttavia, la repressione quando necessaria resta lo strumento più immediato per proteggere i cittadini, in attesa che politiche di lungo periodo producano i loro effetti. Ma soprattutto serve una tregua istituzionale e politica. Meno guerriglia tra poteri dello Stato, più responsabilità condivisa. Hannah Arendt ricordava che la politica nasce quando le persone siedono insieme allo stesso tavolo. Oggi quel tavolo è vuoto. Il punto è tutto qui. Finché si continuerà a litigare su ciò che dovrebbe unire, pur nella diversità di visioni, la realtà continuerà a presentare il conto, che pagano sempre quelli in prima linea, mentre in Parlamento e nei talk show continua la guerriglia delle opinioni. D’altronde il confronto vero tra visioni e idee è stato archiviato da tempo.
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