L’illusione del Capitano e la stabilità metodica di Palazzo Chigi
C’era una volta la mitica Via Bellerio dei trionfi, capace di cannibalizzare il centrodestra a colpi di felpe e dirette social. Oggi, quell’epopea dorata somiglia a un vecchio album di fotografie sbiadite. L’annuncio formale della Commissione Statuto della Lega, che propone il congresso straordinario a Milano il 24 e 25 ottobre, non è la vera notizia.
La svolta risiede nell’affannosa ricerca di un copione d’emergenza che eviti lo scorrere definitivo dei titoli di coda su una leadership visibilmente logorata, stretta tra la rivolta strutturale dei suoi territori storici e l’implacabile realismo istituzionale imposto da Roma.
Matteo Salvini ha scelto la via del contropiede lanciando la sfida dal pratone di Pontida. Un congresso lampo per contarsi e blindarsi prima del baratro. Il Segretario chiede unità e la fine dei troppi ‘controcanti’ che disturbano lo spartito. Tuttavia, l’armonia interna è un miraggio. Il capogruppo al Senato Massimiliano Romeo ha già bollato l’appuntamento milanese come un microscopico trappolone volto a far votare gli stessi identici delegati di un anno e mezzo fa, annunciando il proprio Aventino. Alle sue spalle, la storica fronda dei governatori nordisti, guidata dal pragmatismo di Luca Zaia e Massimiliano Fedriga, affila le armi della burocrazia.
Mentre il Carroccio si avvita nelle sue faide intestine, la vera certezza della politica siede a Palazzo Chigi. Giorgia Meloni osserva lo spettacolo pirotecnico dell’alleato con la flemma metodica di chi sa coniugare la solennità delle istituzioni alla lungimiranza strategica della vera leadership. Fratelli d’Italia consolida il proprio primato nei sondaggi azionando i motori di un posizionamento d’ampio respiro, costruito sulla stabilità macroeconomica e su un solido accreditamento internazionale. La linea economica del governo non concede sconti alla propaganda. Le periodiche richieste leghiste volte a forzare i cordoni della spesa pubblica vengono puntualmente ricondotte sui binari della severa prudenza da chi custodisce la guida finanziaria del Paese.
È soprattutto sul quadrante geopolitico che il divario tra via Bellerio e Palazzo Chigi si fa siderale. Mentre la Lega si arrocca in una postura euroscettica e isolazionista, Meloni rivendica la centralità dell’Italia nei principali dossier occidentali, atlantici ed europei.
Il Capo del governo ha saputo accreditarsi come interlocutore affidabile e irrinunciabile per le cancellerie che contano, trasformando il proprio partito nel perno moderato e maturo del centrodestra. Il contrasto è stridente: da un lato, le fibrillazioni emotive di un partner che rincorre i sondaggi quotidiani; dall’altro, un’azione di governo che guarda ai prossimi dieci anni, coniugando il rigore dei conti con una proiezione internazionale di altissimo profilo.
Il congresso straordinario di Milano, dunque, non sposterà gli equilibri dell’esecutivo, ma servirà a sancire ciò che è ormai evidente: da una parte, una leadership leghista logorata che cerca una frettolosa riconferma interna per sopravvivere all’assalto dei suoi stessi governatori; dall’altra, la centralità assoluta e insostituibile di Giorgia Meloni. Salvini potrà anche celebrare il suo trionfo congressuale tra le mura amiche, ma le chiavi del centrodestra e la rotta strategica della Nazione rimangono saldamente custodite nelle stanze di Palazzo Chigi.
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