Sul caso di Garlasco l’intero sistema della giustizia grida vendetta
Se finora sul caso del delitto di Garlasco non avessimo assistito al peggio del peggio, si potrebbe dire che il meglio deve ancora venire. Il nuovo fronte aperto dalla Procura di Pavia, che rappresenta una bomba già di per sé, promette infatti di regalare altri colpi di scena. A non avere dubbi in merito è la storica legale di Alberto Stasi, Giada Bocellari.
“Ci sono elementi ulteriori di cui siamo a conoscenza e altri che non sono ancora usciti e che vi stupiranno molto”, ha dichiarato l’avvocato a proposito della richiesta di revisione del processo per il proprio assistito. Dichiarazioni che francamente fanno tremare. Perché è complicato immaginare possano esserci addirittura altri elementi in grado di far traballare ulteriormente il sistema della Giustizia italiana. Che da questo caso e dal suo esito processuale è uscito devastato. È infatti difficile scorgere qualcosa da salvare. Una condanna dopo due sentenze conformi di assoluzione in barba alla necessità di dimostrare la colpevolezza dell’imputato oltre ogni ragionevole dubbio. Punto sul quale si è più volte espresso in modo estremamente critico il ministro della Giustizia Carlo Nordio.
Indagini tradizionali condotte con i piedi. Le mani sono state utilizzate da qualche carabiniere giunto sulla scena del crimine senza indossare i guanti che ha lasciato le proprie impronte qua e là. Una perizia genetica che pur potendo escludere l’attribuibilità dei campioni rinvenuti sulle unghie della vittima all’imputato non l’ha fatto. Una pm che arresta l’indagato perché avvertita del ritrovamento di tracce di sangue che poi si è scoperto non essere sangue. E forse non era proprio nulla: né sangue, né saliva, né altro. Approfondimenti scientifici dai risultati contrastanti e i cui esiti, secondo gli inquirenti pavesi, non sarebbero stati trasmessi integralmente né ai giudici né alle parti.
Dai guanti dimenticati alla user del Ris, una giustizia che grida vendetta
Accessi ai sistemi del Ris che non si capisce da chi siano stati effettuati, visto che il titolare della specifica utenza sostiene di non aver condotto i test registrati con il proprio profilo. Il comandante, all’epoca dei fatti, di quello che per anni è stato considerato un reparto d’eccellenza dell’Arma dei Carabinieri che sostiene placidamente che due risultati negativi su un campione genetico non cancellano quello precedentemente registrato come positivo. E allora a cosa servono le controprove? Insomma, chi più ne ha più ne metta. E tutto questo è finito – o non finito – in un procedimento giudiziario solamente indiziario che ha prodotto teoremi a tratti fantascientifici. Sufficienti, però, a condannare Stasi a 16 anni di carcere, dei quali 11 già scontati.
Un quadro semplicemente non normale. E, tecnicismi a parte, qui il punto va ben oltre l’eventuale revisione del processo. Piaccia o no, va al di là anche dell’innocenza o della colpevolezza dell’allora fidanzato di Chiara Poggi. Perché si sono forzate regole e procedure, ma soprattutto si sono piegati principi fondamentali del nostro ordinamento e del giusto processo.
È brutto dirlo, ma nel caso di Garlasco tutto quanto ha ruotato attorno a ogni singolo ingranaggio della macchina della giustizia grida vendetta. E non dovrebbe essere così, mai. Perché giustizia e vendetta dovrebbero correre su binari paralleli e in direzioni opposte, senza mai incontrarsi.
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