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Politica

Il premierato e i suoi limiti

di Redazione -


di EMANUELE DE DEO

All’apertura dei Giochi di Milano-Cortina l’ovazione al Presidente della Repubblica ha detto più di molte mozioni parlamentari. Non perché lo sport debba legittimare la politica, ma perché in quell’applauso si è colto un bisogno semplice e profondo, il riconoscimento di un baricentro comune. Il Quirinale come garanzia, non come bandiera. Eppure, quel baricentro è trattato da troppi come un inciampo, mentre rappresenta l’architrave dell’equilibrio costituzionale, il meccanismo che compensa poteri e maggioranze fragili. In Italia la tentazione del decisionismo importato ritorna ciclicamente.

Si guarda agli Stati Uniti del presidente eletto e alla Francia del semipresidenzialismo come modelli di rapidità, ma nel nostro Paese l’efficienza si infrange sulla fragilità dei partiti e sulla qualità della rappresentanza. Togliatti, alla Costituente, ricordava che i partiti dovessero essere la democrazia che si organizza, non gruppi autoreferenti che si sostituiscono al popolo. Oggi quel monito pesa, con forze politiche segnate da strutture dalla cultura oligarchica e da un radicamento sociale sempre più debole. 

Il disegno di legge costituzionale sul premierato, approvato in prima lettura al Senato, introduce l’elezione diretta del Presidente del Consiglio per rafforzare la stabilità di governo e interviene sulla nomina dei senatori a vita, incidendo sulla facoltà presidenziale di designazione e non sull’istituto previsto dalla Costituzione. Se approvata, la riforma ridisegna il ruolo del Quirinale e ne restringe la funzione regolativa nei passaggi più delicati, dalle crisi allo scioglimento delle Camere. L’esigenza di maggiore governabilità è reale in un sistema che cambia governi con eccessiva frequenza e perde credibilità ed efficacia. Ma governabilità non può significare concentrazione del potere.

L’efficienza dell’esecutivo non deve tradursi nell’indebolimento delle garanzie costituzionali né nella marginalizzazione del Capo dello Stato. La stabilità è un valore solo se resta dentro l’equilibrio dei poteri, altrimenti si trasforma in supremazia. L’esperienza della Presidente del Consiglio Meloni è istruttiva, pur guidando un esecutivo politicamente forte non ha mostrato frizioni strutturali con il Quirinale oltre l’ordinaria dialettica istituzionale. Le regole attuali consentono già leadership robuste senza alterare l’assetto costituzionale. Spingersi oltre, inseguendo modelli estranei alla nostra storia civile, politica e culturale, comporta un rischio.

Il modello statunitense è spesso evocato come paradigma di efficienza, ma si dimentica il prezzo che può produrre quando l’esecutivo supera i limiti. Le pratiche dell’ICE hanno mostrato cosa accade quando il bilanciamento tra poteri si indebolisce e i contrappesi si affievoliscono nella prassi politica. È un monito che dovrebbe indurre prudenza. Non a caso il richiamo ai pesi e contrappesi è emerso anche da ambienti culturali liberali che non appartengono alla tradizione del costituzionalismo socialdemocratico e cattolico sociale del secondo dopoguerra.

Questo dimostra che il tema dell’equilibrio tra i poteri non è patrimonio di una sola cultura politica ma costituisce un punto di convergenza tra sensibilità diverse, accomunate dalla consapevolezza che la distinzione delle funzioni è presidio essenziale della libertà, anche in materia di giustizia. Chi invoca il decisionismo dimentica che la Costituzione non nasce per far correre il potere, ma per impedirgli scorciatoie. Il popolo non è tale solo la sera delle elezioni, lo è anche il giorno dopo, quando vincitori e vinti devono riconoscersi nella stessa casa comune.

L’ovazione a Mattarella è allora un dato politico, non solo per l’uomo ma per come interpreta la funzione. Una funzione che si misura quando la politica produce testi che chiedono riflessioni prima ancora di consenso. Il confronto sul pacchetto sicurezza, con i rilievi del Colle su misure sensibili, mostra il Quirinale come tutela dell’equilibrio fra libertà e garanzie. Abbiamo già conosciuto riforme percepite come di parte, poi infrantesi davanti al giudizio popolare.

Resta poi il limite della qualità della rappresentanza, anche sé è fisiologico che una piccola quota dei dirigenti politici garantisca continuità e memoria storica, ma quando la permanenza diventa rendita diffusa cresce l’inconsistenza del ceto politico e ogni riforma appare come un artificio per rafforzare chi occupa il potere ma privo di un mandato sostanziale. Le riforme della forma di Stato o di Governo non possono essere un trofeo delle maggioranze, ma vanno condivise perché la Costituzione non è il programma di chi governa ma il patto che consente a un popolo di riconoscersi anche quando è diviso.

Cominciamo dal metodo e dalla selezione della classe dirigente, dalla qualità della rappresentanza e dal rispetto dell’equilibrio dei poteri, non dalla scorciatoia del comando che indebolisce ciò che pretende di rafforzare.

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