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Dossier Ai

L’intelligenza artificiale e il futuro secondo Amodei

Democrazia, lavoro e sicurezza: il Ceo di Anthropic sottolinea i rischi della nuova tecnologia

di Maria Graziosi -


Amodei e il futuro dell’intelligenza artificiale. Che non è né buona, né cattiva. Un dibattito che va avanti da un po’. E che, forse, è vecchio quanto il mondo. Tecnologia sì, tecnologia no. Gli usi leciti e quelli che lo son meno. Un po’ come la dinamite, o meglio ancora come un coltello. Che si può usare per affettare il pane e che non si deve usare per ferire qualcuno. Dario Amodei, che di lavoro fa il Ceo di Anthropic, una delle aziende più importanti sul panorama tech dell’Ai, non è mai stato uno troppo ottimista. Nel senso che, a differenza di ciò che accade solitamente nella Silicon Valley, è tra i meno propensi a lodare le magnifiche sorti e progressive a cui il progresso tecnologico, in questo caso dell’intelligenza artificiale, dovrebbe portarci. Dovrebbe, già, perché i temi connessi all’Ai sono tanti. E tutti interessanti.

La lettera di Amodei sull’intelligenza artificiale

Tralasciamo, per un attimo, i timori che, alla fine, si possa rivelare tutta una bolla servita a tenere in piedi un primato globale americano e, soprattutto, a sostenerne i mercati finanziari. Mettiamo da parte, per una volta, le gigantesche esposizioni bancarie che le aziende (tutte) hanno adesso per finanziare progetti ultramiliardari con l’obiettivo (duplice) di farsi trovare in pole position per l’uso della tecnologia convincendo gli azionisti a tenere dritta la rotta e aperti i cordoni della borsa. Il tema centrale è lo stesso che ci si va ripetendo da qualche anno. Che fine farà il lavoro, così come lo conosciamo, se l’intelligenza artificiale spazzasse via, tenendo fede alle sue promosse, milioni e milioni di posti di lavoro? Amodei, che è uno che ha studiato a Princeton e Stanford, ritiene che uno scenario possibile sia quello di ritrovarsi con algoritmi e strumenti sempre più raffinati ed efficienti. A tal punto da riuscire a ottimizzare gran parte dei lavori di ricerca, a cominciare da quella biologica, medica e farmaceutica.

Strategia e potere

Allo stato attuale, il modello prevede ancora la presenza del cosiddetto wet laboratory accanto alle elaborazioni dell’Ai, almeno in campo farmaceutico. Domani, chissà. Ma si tratta di uno scenario possibile per gran parte dei processi industriali. Insomma, ci si ritroverà davanti a un “paese di geni in un data center”. E chi possiede i data center, controllerebbe tutto il resto. Già, perché oltre alla vicenda lavorativa c’è la questione strategica. Che prima di Amodei, nei giorni scorsi, era stata sollevata in materia di intelligenza artificiale pure da Papa Leone.

Il monito del Papa

Che ha messo in guardia: “Dietro questa enorme forza invisibile che ci coinvolge tutti, c’è solo una manciata di aziende, quelle i cui fondatori sono stati recentemente presentati come creatori della persona dell’anno 2025, ovvero gli architetti dell’intelligenza artificiale”. Per il Sommo Pontefice, i rischi sono altissimi. Ma non avrebbe alcun senso adottare un approccio luddista alla questione. “La sfida che ci aspetta non sta nel fermare l’innovazione digitale, ma nel guidarla, nell’essere consapevoli del suo carattere ambivalente. Sta a ognuno di noi alzare la voce in difesa delle persone umane, affinché questi strumenti possano veramente essere da noi integrati come alleati”. L’intelligenza artificiale non è né buona né cattiva. Dipende dall’uso che si fa.

I rischi (moltiplicati) per la sicurezza

Un altro tema sollevato da Amodei è quello della sicurezza. Digitalizzare e potenziare le capacità degli algoritmi offre opportunità mai viste prime. Ma cosa fare se ci si trova di fronte a qualcuno che vorrebbe utilizzarla per scopi aberranti, ripugnanti, eticamente discutibili? Manipolare le molecole, con l’Ai, può diventare un gioco da ragazzi. Il rischio di nuove Wuhan diventa, praticamente, fin troppo diffuso e potenzialmente inarrestabile. Tutto ciò per tacere delle possibilità di “riscrittura” del reale. Un tema che, spesso, viene confinato solo alla questione delle fake news e delle truffe online. Ma che potrebbe moltiplicare il rischio, come già avvenuto con gli strafalcioni di Wikipedia, di diffondere ignoranza e punti di vista basati sulla moda politica del momento. Insomma, c’è da capire, comprendere e lavorare.

Un (nuovo) far west digitale?

L’Ai offre, rispetto a quanto ne sappiamo noi, opportunità assolutamente inedite. Che comportano, a loro volta, dei rischi nuovi. Il nodo, a questo punto, diventa la capacità delle istituzioni politiche di riprendersi il primato rispetto a Big Tech e guidare il processo. E di farlo con una certa celerità e velocità. Altrimenti sarà far west. Uno scenario uguale a quello che ha consentito alle grandissime (e pochissime) aziende digitali di prosperare negli ultimi anni.


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