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Salute

Otto anni per operare un’ernia: davvero?

Un intervento programmato che si perde nel tempo. E nessuno sa dire perché.

di Andrea Fiore -


Lecco, all’Ospedale Manzoni, c’è un uomo che aspetta un intervento da 2.884 giorni. Dovevano essere 60, una promessa minima, quasi automatica. Invece il tempo si è allargato fino a diventare un’altra cosa: un’attesa che non ha più un contorno. 
Non è solo un ritardo. È un sistema che perde il senso della misura e continua a funzionare come se il corpo umano potesse restare in pausa per anni. E allora nasce una domanda semplice: quando abbiamo iniziato a considerare normale ciò che normale non è?

La lista che inghiotte le persone

La Lombardia che si racconta efficiente qui mostra una crepa evidente. Le liste d’attesa del Manzoni diventano un luogo dove entri e poi scompari. Ti reinseriscono, ti ricollocano, come se gli anni passati non avessero peso. 
Non c’è cattiveria: c’è distanza, quella distanza che nasce quando un sistema si abitua a trattare le persone come pratiche. E allora la domanda cambia: quanto può sopportare una persona prima di sentirsi dimenticata nella propria città, nel proprio ospedale? Perché non è solo un intervento rimandato. È la sensazione di essere diventati un nome che nessuno chiama più.

Lo spiraglio che non chiude gli occhi

Questa storia non parla solo di un’ernia. Parla di un Paese che si inceppa sulle cose più semplici e poi si stupisce se la fiducia evapora. 
Lo spiraglio, però, esiste. Non è ottimismo: è consapevolezza. Guardare questa vicenda senza voltarsi dall’altra parte è già un gesto civile. Ci costringe a chiederci se vogliamo davvero continuare a vivere in un luogo dove un intervento programmato diventa un percorso infinito. 
E la domanda finale resta lì, aperta: quanto siamo disposti ad accettare prima di pretendere qualcosa di diverso? Se anche solo un lettore resta su questa domanda, lo spiraglio ha già fatto il suo lavoro.

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