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Politica

L’Italia ha bisogno di una stagione di collaborazione democratica

di Raffaele Bonanni -


Viviamo in un tempo in cui le emergenze hanno smesso di essere parentesi e sono diventate paesaggio. Il mutamento climatico, il costo e la sicurezza dell’energia, l’inverno demografico, le guerre ai confini dell’Europa e il ritorno della politica di potenza non sono titoli di un telegiornale oscuro: sono le coordinate entro cui si decidono lavoro, reddito, sicurezza e, in ultima analisi, libertà degli italiani e degli europei.

Il primo dovere della politica sarebbe chiamare le cose con il loro nome. Non per alimentare paura, ma per costruire consapevolezza. Le democrazie mature non chiedono ai cittadini di ignorare i problemi; chiedono di comprenderli, perché soltanto una società consapevole accetta il costo delle decisioni lungimiranti. Oggi troppa politica preferisce promettere benefici immediati e occultare il prezzo delle scelte rinviate.

C’è poi un equivoco da dissipare: governare una democrazia non significa possederla. Chi vince le elezioni deve governare; chi perde conserva quello di rappresentare, controllare, proporre. La democrazia è conflitto regolato, non guerra civile a bassa intensità. Sulle questioni decisive la dialettica migliora le soluzioni; la contrapposizione le avvelena. Se maggioranza e opposizione devono dividersi su ogni virgola, l’interesse nazionale finisce degradato a materiale di propaganda.

Alcune scelte, invece, reclamano una continuità più lunga di un governo. L’autonomia energetica richiede investimenti, reti, interconnessioni, fonti diversificate e una discussione non ideologica sul mix energetico. L’adattamento climatico impone di mettere in sicurezza città, abitazioni, coste, fiumi e montagne, smettendo di spendere miliardi dopo le catastrofi per risparmiare milioni prima. La demografia esige politiche per casa, lavoro stabile, infanzia e conciliazione: non bonus episodici, ma condizioni che rendano possibile desiderare un figlio senza trasformarlo in un azzardo economico.

Infine c’è l’Europa. Nel mondo dei giganti, ventisette sovranità rischiano di diventare ventisette debolezze elegantemente amministrate. La lezione federalista di Altiero Spinelli resta attuale: gli Stati europei, da soli, possono esibire bandiere; sempre meno possono esercitare potenza. Difesa comune, politica estera coerente, sicurezza energetica e capacità industriale non sono vezzi di Bruxelles, ma strumenti d’indipendenza. Senza un salto politico, l’Europa rischia di diventare il luogo più confortevole del mondo in cui assistere alla propria irrilevanza.

Sarebbe un paradosso storico. Gli europei hanno costruito uno spazio di prosperità, diritti sociali, libertà civili e tutela della persona. Crederlo irreversibile significa dimenticare una regola della storia: le conquiste che non vengono difese diventano eredità consumate. Intorno a noi agiscono potenze che ragionano per sfere d’influenza, dipendenze strategiche, tecnologia, materie prime, eserciti e demografia. Rispondere con ventisette campagne elettorali permanenti sarebbe una forma raffinata di suicidio politico.

Per questo l’Italia ha bisogno di una stagione di collaborazione democratica. Non di un governo di tutti, né della cancellazione delle differenze: sarebbe sterile unanimismo. Serve qualcosa di più difficile: un accordo sul metodo e su pochi interessi vitali, capace di sopravvivere all’alternanza. Ci si divida sulle aliquote, sui programmi, sulle priorità; ma energia, sicurezza, demografia, territorio ed Europa dovrebbero avere almeno fondamenta condivise.

Anche i cittadini hanno una responsabilità. Finché premieremo chi urla più forte, la politica continuerà a venderci il rumore come coraggio. La corsa forsennata al voto, vissuta come regolamento di conti, trasforma ogni problema in un’arma e ogni avversario in un nemico. È in questo clima che prosperano gli avventurieri: quando la complessità stanca, arriva qualcuno che offre una scorciatoia e presenta il conto dopo.

La Repubblica non ha bisogno di meno confronto, ma di un confronto adulto. La coesione non è conformismo: è riconoscere che esistono beni comuni anteriori alla convenienza di partito. Se la casa brucia, si può discutere su quale estintore sia migliore; non è ragionevole litigare su chi avrà il merito di spegnere l’incendio. Il futuro italiano ed europeo dipenderà anche da questa maturità: tornare a distinguere l’avversario dal nemico e la propaganda dalla politica. Prima che siano gli eventi a decidere al posto nostro.

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