La firma ufficiale dell’accordo tra Stati Uniti e Iran, prevista venerdì a Ginevra sotto la supervisione del Pakistan, arriva al termine di settimane e settimane di negoziati serrati. Il premier pachistano Shehbaz Sharif, annunciando la svolta all’Assemblea Nazionale, ha parlato di “cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti”, includendo anche il Libano.
Le rassicurazioni di Vance agli americani sull’intesa con l’Iran
Il vicepresidente americano JD Vance, intervenendo alla ABC, ha rivelato che l’intesa “è stata già firmata digitalmente”, precisando che “non è stato erogato alcun fondo all’Iran” e che “la situazione non cambierà”. Una puntualizzazione che sembra voler rassicurare l’opinione pubblica statunitense e, allo stesso tempo, contenere le critiche interne.
Dal Libano dipendono molte cose
Il nodo più delicato resta però il Libano, epicentro di un equilibrio instabile. Teheran lo ha affermato senza ambiguità. In mancanza di garanzie sulla sicurezza e sull’integrità territoriale libanese, l’accordo non potrà reggere. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha definito il rispetto della sovranità di Beirut “uno dei principali pilastri” di quanto concordato. Il presidente libanese Joseph Aoun vede nel memorandum la possibilità di una “fine definitiva” del conflitto tra Israele e Hezbollah e chiede che il Paese dei Cedri non venga nuovamente sacrificato sull’altare delle rivalità regionali.
Il muro di Israele
Molto pericoloso è l’oltranzismo israeliano. Il premier Benjamin Netanyahu, che su questo punto si sta giocando anche la candidatura alle prossime elezioni, ha comunicato all’alleato Donald Trump che Israele non si considera vincolato dal memorandum e non ritirerà le proprie truppe dal Libano. Le Forze di Difesa israeliane manterranno le posizioni attuali e continueranno a colpire Hezbollah. Il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir è stato ancora più netto: “L’accordo di Trump non ci vincola. Non dobbiamo ritirarci da nessun territorio conquistato”.
Alle parole sono seguiti i fatti, con nuovi raid su Khiam, un attacco con drone a Kfar Tebnit, bombardamenti su Nabatieh al-Fawqa e l’esplosione controllata di un veicolo corazzato sulla strada per Tiro.
La strategia italiana
In questo scenario, l’Italia sta provando a recuperare una postura diplomatica più autonoma, congeniale alla sua tradizione mediterranea. La premier Giorgia Meloni, dopo l’incontro con l’omologa giapponese Sanae Takaichi, ha espresso “soddisfazione” per il memorandum, sottolineando la necessità di riaprire lo Stretto di Hormuz e difendere la libertà di navigazione. Parole che segnano il tentativo di Roma di non appiattirsi sulle posizioni statunitensi, ma di riaffermare un ruolo attivo e riconoscibile nel Mediterraneo allargato. L’adesione del Giappone al comunicato congiunto promosso da Italia, Regno Unito, Germania e Francia è indicativa.
L’importanza della diplomazia
Antonio Tajani ha insistito sulla stessa direzione. Il cessate il fuoco è “un fatto molto importante”, ma ora serve “un grande lavoro diplomatico”. Il titolare della Farnesina ha legato esplicitamente la stabilità regionale agli interessi economici italiani, a partire dalla riapertura di Hormuz. Il ministro ha convocato una riunione al ministero per coordinare imprese e categorie coinvolte. L’Italia si è detta pronta a partecipare a missioni di pace per sminare lo Stretto e garantire la navigazione, eventualmente impiegando i dragamine già presenti nella missione Aspides nel Mar Rosso.
Roma è pronta a guidare le operazioni
Il vicepremier ha assicurato che Roma è pronta a contribuire alla formazione delle forze armate di Beirut affinché possano “avere il pieno controllo del territorio” e ridimensionare la presenza di Hezbollah, definita “organizzazione militare terroristica”. Una proposta che mira a riportare l’Italia al centro del dossier libanese, evitando di subire passivamente le scelte di Washington o Tel Aviv.
L’accordo di Ginevra nasce come una tregua fragile, sospesa tra diplomazia e realtà sul terreno. Il Libano resta il vero banco di prova, stretto tra la protezione iraniana, la pressione americana e la determinazione israeliana. In mezzo, l’Italia tenta di riaffermare una propria voce, consapevole che la stabilità del Mediterraneo passa anche dalla capacità di non farsi trascinare in “allineamenti automatici”.