Lo scandalo dei reality: un caso a basso volume
C’è uno scandalo che ha attraversato il mondo dei reality e dello spettacolo, riportato alla luce dalle rivelazioni di Fabrizio Corona, e che ha acceso il dibattito pubblico senza però provocare quel terremoto morale e giudiziario che, in altri casi, abbiamo visto scatenarsi con violenza; anzi, in un primo momento l’attacco di alcune istituzioni si é rivolto a chi ha scoperchiato la vicenda! Una vicenda che fa rumore, sì, ma con il volume stranamente abbassato sui temi centrali. Posso fare a tutti una domanda? Perché le cose non sono iniziate come accaduto in casi simili ???
A questo punto vale la pena fermarsi un attimo e cambiare prospettiva. Stessa storia, stessi fatti, stesse accuse. Ma immaginiamo che al posto di Alfonso Signorini ci fosse stato un uomo etero di 62 anni e che al posto dei partecipanti del Grande Fratello ci fossero state ragazze di vent’anni, poco più che maggiorenni. Dove sarebbe oggi quell’uomo? Probabilmente non ancora inascoltato da un pm, non al centro di un dibattito tiepido e prudente, ma travolto da una valanga mediatica, marchiato prima ancora di qualsiasi accertamento, consegnato alla gogna come colpevole designato.
È qui che emerge il nodo vero della questione: la sensazione che l’indignazione non sia uguale per tutti, che la severità cambi a seconda di chi è coinvolto e di quale narrazione risulti più conveniente. Esistono scandali che meritano titoli urlati e altri che vengono trattati con i guanti, come se il contesto potesse alleggerire il peso delle responsabilità.
E allora la domanda non è provocatoria, ma necessaria. La giustizia è davvero uguale per tutti o è diventata selettiva, adattabile, elastica? Perché nel momento in cui basta cambiare sesso, età e cornice per ottenere reazioni completamente diverse, il problema non è più il singolo caso. Il problema è un sistema che rischia di perdere credibilità. E senza credibilità, nessuna giustizia può dirsi davvero tale.
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