Metal detector e alibi non colmano il vuoto
La Spezia, venerdì 16 gennaio 2026, un ragazzo viene accoltellato in classe e muore. A Sora, davanti a un liceo, un diciassettenne finisce con una lama al collo. La ferocia abita il quotidiano e la violenza è diventata routine. Non sono eccezioni, sono segnali di un limite che arretra, e partono i cori da curva.
Da una parte la scorciatoia tecnica, metal detector e scuole a prova di aeroporto, entrare controllati per uscire educati. Dall’altra la scorciatoia linguistica, non è violenza, è fragilità.
Non è coltello, è dolore che chiede aiuto, intanto taglia e uccide. Due liturgie, entrambe rassicuranti, entrambe sterili. La domanda resta semplice e crudele. Chi ha svuotato l’autorità della scuola e non solo, proprio nel luogo che dovrebbe insegnare il limite. Senza autorevolezza le sanzioni diventano teatro e la regola un fondale. Il problema non è scolastico, è pubblico, riguarda l’idea che tutto sia trattabile, sempre. Anche la pena finisce per sembrare un’opinione, il confine diventa una trattativa.
Il messaggio è identico, la regola è negoziabile e l’impunità si fa abitudine. Non è voglia di manganello. È richiesta di autorità democratica, credibile, coerente, uguale per tutti. Autorità non è forza, è legittimità riconosciuta e applicazione responsabile. Senza, il rispetto per la legge resta la scenografia scortata dagli slogan. Docenti e presidi ridotti a impiegati del consenso, ostaggi del ricorso, del genitore-cliente, dell’alunno sovrano. Poi non stupiamoci se la realtà entra armata, con presìdi morali indeboliti e gli strumenti dello Stato fiaccati. Se educazione e libertà sono private del limite, avanzano le armi e la paura si normalizza.
In questo quadro pesa il malinteso residuo di ciò che fu egemonia culturale per il progresso civile, ridotta a desertificazione del pensiero, impoverimento del linguaggio pubblico, predica senza responsabilità. Non è il progresso democratico il problema, ma la sua caricatura moralistica priva di conseguenze.
Una deriva concretizzatasi in autoconservazione di classi dirigenti nominate e autoreferenti, poi ci si stupisce per l’astensione. Da questa inconsistenza nasce il vuoto di visione, che ha lasciato spazio al qualunquismo e a una grammatica dell’intolleranza ormai di casa.
Per completare l’opera, le opposizioni sono impegnate a litigare e posizionarsi, oscillano tra testimonianza e tattica, con il risultato di rendere irrilevante perfino la fondatezza di alcune critiche. La democrazia non crolla da fuori, si consuma dentro, nel galleggiamento generale. Così la società sanguina, non per i manganelli, ma per il vuoto.
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