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Economia

Pensione Italia: il buen ritiro è un caso internazionale

La "guerra" a colpi di agevolazioni per richiamare (o non far ripartire) i pensionati: tutti gli scenari

di Giovanni Vasso -


Pensione Italia. Il Belpaese può diventare il buen ritiro del mondo. Pensateci. Qui c’è tutto ciò che serve per passare, al meglio, l’età d’argento. C’è il mare, ma per chi la preferisce c’è pure la montagna. C’è il sole, il buon cibo, l’ottimo vino. La dieta mediterranea per una qualità della vita che, altrove, ci invidiano. Se, poi, accanto a questi indubbi vantaggi ci mettiamo pure l’incentivo economico il gioco è fatto. Per tutti i pensionati che percepiscono un assegno estero è possibile trasferirsi in Italia accedendo così a un regime fiscale superagevolato. Chi deciderà di venire ad abitare nel nostro Paese e sceglierà di fissare la sua residenza in uno dei tanti piccoli centri del Sud (a patto che la città scelta non superi i 30mila abitanti, prima il limite era a 20mila) pagherà allo Stato italiano solo una tassa piatta del 7%. Sissignori, la flat tax al 7 per cento sarà applicata a tutti i pensionati che verranno a ripopolare i borghi del Mezzogiorno.

Pensione Italia: la strategia

Combattere lo spopolamento, da un lato, richiamare ricchezze e capitali dall’estero dall’altro aumentando la base imponibile. Facile, no? Non troppo. Perché, in realtà, infuria una guerra per accaparrarsi le pensioni (e i redditi) degli “stranieri” in modo tale da incrementare le proprie ricchezze a discapito degli altri. Vale per l’Italia, vale per tutti. Si lotta, con ogni strumento possibile, per trattenere i “propri” pensionati sul territorio e per allettare quelli degli altri a lasciare tutto e trasferirsi. È una questione di equilibrio, in un certo senso, fiscale e internazionale. Ora che le prime e seconde generazioni di migranti hanno finito la loro vita lavorativa, ottenendo l’assegno pensionistico dall’Inps, migliaia di ex lavoratori hanno deciso di tornarsene a casa loro. Stando a un report pubblicato proprio dall’Istituto nazionale per la previdenza sociale, nel 2024 l’Italia ha pagato complessivamente poco meno di 1,8 miliardi di euro in pensioni finite all’estero. Le pensioni al regime internazionale, nel 2025, sarebbero già intorno alle 675mila. Parliamo, con ogni evidenza, di cifre importanti.

Cosa fanno gli altri

Complessivamente si tratta di numeri che sarebbero in lieve aumento dopo un decennio di progressiva riduzione. L’era della pandemia ha, per un po’, bloccato la mobilità sia in entrata che in uscita. Anche, o forse soprattutto, per i pensionati. Quello che però emerge è che se è vero che gli stranieri, appena possono, ritornano a passare la vecchiaia nei luoghi della loro infanzia, gli anziani italiani per diverso tempo si son guardati attorno per cercare, altrove, il buen ritiro in cui vivere al meglio con la propria pensione. È una lotta, in questo caso, quasi tutta “europea”. Che contrappone l’Italia a mete tutto sommato vicine. Dalla Spagna, che ha “drenato” intere comunità di pensionati grazie ad attente politiche di vantaggi fiscali, fino alla Grecia, dove pure vige un regime di flat tax al 7% (valido per quindici anni dal trasferimento della residenza) e alla Turchia dove, almeno in teoria, con un assegno “italiano” si può condurre una vita con meno rinunce rispetto a quella che si passerebbe restando qui. Se il Portogallo ha iniziato a perdere quota con la fine del regime Nhr, cioè per i residenti non abituali, ha guadagnato terreno invece la pur vicina Tunisia dove la vita costa molto meno che in Europa. E dove, soprattutto, si può accedere a un beneficio fiscale rilevante: l’80% del proprio reddito viene considerato addirittura free tax, le tasse si pagano solo sul restante 20% e, per soprammercato, si possono pure applicare detrazioni ulteriori fino al 5 per cento. I dati degli ultimi anni, però, indicano una progressiva riduzione della tendenza alla fuga degli italiani all’estero.

Reazioni e contromosse

Il loro numero va piano piano riducendosi. Ma, comunque, rimane evidentemente troppo alto. E la reazione, da parte dell’Inps, non s’è fatta mica attendere. Quest’anno è cominciata una campagna di verifica di esistenza in vita dei pensionati che vivono all’estero e che intascano entrate previdenziali dall’Italia. Dovranno rispondere, compilandoli, a degli appositi moduli che dovranno rispedire entro e non oltre il mese di luglio. Se non lo faranno rischiano di perdere l’assegno. Allo stesso tempo, con la promessa di una flat tax al 7% si tenta di richiamare chi vive all’estero (e vi è residente da almeno cinque anni). Un beneficio che è stato esteso ulteriormente per dieci anni. Eppure, vi sarebbero altre (e quasi insospettabili) ragioni che, alla lunga, hanno convinto i pensionati italiani a restarsene qui. Secondo molti osservatori a giocare un ruolo decisivo è stato il sistema sanitario nazionale, ovvero la possibilità di accedere gratis a cure che, altrove, imporrebbero (quantomeno) la sottoscrizione di costose polizze assicurative.

Quelle piccole cose che aiutano

Oppure, molto più banalmente, la possibilità di ottenere aiuti concreti per affrontare le spese quotidiane. A cominciare dalla social card che dà una grossa mano al ménage familiare di tanti pensionati da Trieste a Lampedusa. Piccole cose, che si danno quasi per scontate, ma che alla lunga pesano, eccome, su una scelta di vita così impegnativa per tante persone. Gli italiani tornano e adesso il governo va a caccia di stranieri. Il richiamo è forte, specialmente per i tanti figli nati dalle famiglie emigrate in giro per il mondo ormai tanti decenni fa e che vanno alla ricerca del sogno perduto dai loro genitori ma da loro ritrovato di quella vita semplice e quasi idilliaca che vive nei ricordi, e nella nostalgia, di chi è stato costretto ad abbandonare la propria casa per costruirsene un’altra chissà dove. Pensione Italia.


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