“Quanto vale la vita di un figlio in Italia?”: il grido di Giuseppe Monopoli
Dopo le condanne ridotte nell'APPELLO BIS, il padre di Donato Monopoli scrive a Camera, Senato e magistratura
Sette mesi in un letto d’ospedale, poi la morte a 26 anni. E dopo quasi otto anni di udienze, perizie, sentenze annullate e pene via via più leggere. È da questo percorso che nasce la lettera aperta con cui Giuseppe Monopoli, padre di Donato, si rivolge ai parlamentari voi “che scrivete le leggi” e ai giudici “che le applicate nei tribunali in nome del popolo italiano”.
Il testo, diffuso in questi giorni, non contiene richieste di vendetta ma una domanda che il genitore promette di ripetere “finché avrò fiato”: quanto vale la vita di un figlio in Italia?
I fatti
Donato Monopoli era di Cerignola. La notte del 6 ottobre 2018 si trovava alla discoteca “Le Stelle”, alla periferia di Foggia, quando intervenne per difendere un amico coinvolto in una lite. Fu picchiato con violenza e finì in coma. Non si risvegliò più: morì nel maggio 2019, dopo sette mesi di agonia, con i genitori accanto. Per l’aggressione sono stati processati due giovani foggiani, Francesco Stallone e Michele Verderosa.
Il percorso giudiziario
In primo grado, nel giugno 2022, la Corte d’Assise di Foggia riconobbe l’omicidio volontario condannando a 15 anni e 6 mesi Stallone e 11 anni e 4 mesi a Verderosa.
Nel maggio 2024 la Corte d’Assise d’Appello di Bari riqualificò il fatto in omicidio preterintenzionale, riducendo le condanne a 10 e 7 anni. Il 14 febbraio 2025 la Cassazione annullò quella decisione con rinvio, accogliendo il ricorso delle difese sul profilo dell’elemento psicologico del reato.
Il nuovo giudizio – davanti alla seconda sezione della Corte d’Appello di Bari – si è chiuso il 13 luglio scorso: confermata la qualificazione di omicidio preterintenzionale, le pene, però, sono scese a 7 anni e 2 mesi per Stallone e a 4 anni, 11 mesi e 20 giorni per Verderosa. La procura generale e le parti civili avevano invece chiesto la conferma delle condanne precedenti.
Le domande di una famiglia
È in questo quadro che Giuseppe Monopoli ha deciso di scrivere.
Nelle aule di giustizia, racconta, ha visto “scomporre la vita di mio figlio in cavilli e perizie”, mentre il dolore dei genitori viene relegato nell’ombra “come fosse una nota a margine”.
Le sue domande sono dirette: come può la legge essere così attenta alla “mancanza di intenzione” o alla giovane età di chi colpisce e “totalmente sorda” davanti all’agonia di chi subisce? Perché il diritto alla difesa deve tradursi nella “svalutazione di una vita umana”? Come si misura la responsabilità quando un ragazzo perde il futuro per aver aiutato un amico?
Il padre colloca la vicenda di Donato in un fenomeno più ampio, richiamando i tanti episodi recenti di giovani uccisi per futili motivi in tutta Italia, e parla di una società “che ci sta sfuggendo di mano”, dove la violenza sembra diventata la norma.
“Come genitori ci sentiamo quasi colpevoli”, ammette, ricordando che tutti, parlamentari, magistrati e cittadini, hanno figli e che per questo occorre agire “prima che sia troppo tardi”. Ai genitori, scrive, resta “la sensazione schiacciante di essere stati abbandonati a noi stessi dallo Stato”.
La richiesta alla politica
La lettera si chiude con una richiesta esplicita: “C’è un parlamentare che abbia il coraggio di metterci la faccia?”. Monopoli chiede a un membro delle Commissioni Giustizia di ascoltare la famiglia e di portare in Parlamento la storia di Donato e delle altre vittime, facendosi promotore di una riforma su come vengono trattati questi reati e sul rispetto dovuto a chi perde la vita.
In campagna elettorale, osserva, tutti parlano di sicurezza e di vicinanza alle famiglie; poi, quando un ragazzo muore, la politica “spesso scompare”. “Io non sto chiedendo vendetta”, precisa, ma che le istituzioni “si facciano carico delle falle di un sistema che non garantisce vera giustizia”. La lettera, rilanciata sui social con gli hashtag #GiustiziaPerDonato e #NonLasciateciSoli, arriva a poche settimane dall’ultima sentenza e non è la prima presa di posizione pubblica della famiglia, già a marzo, alla vigilia dell’appello bis, Giuseppe Monopoli e la moglie Donata Dicanosa avevano descritto ogni nuova udienza come “una ferita che si riapre”. “Mio figlio Donato non torna più. Nessuna sentenza me lo restituirà”, conclude. Una domanda lecita che attende una risposta, ormai da troppi anni.
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