Referendum, cambia il quesito ma non la data. Si vota il 22 e 23 Marzo
Il governo si prepara a valutare le conseguenze politiche e procedurali della decisione assunta dalla Corte di Cassazione sul quesito del referendum relativo alla riforma della giustizia. Il Consiglio dei ministri, convocato oggi a mezzogiorno, ha infatti affrontato il nodo aperto dall’ordinanza con cui l’Ufficio centrale presso la Cassazione ha accolto il nuovo testo del quesito, riformulato dal comitato dei 15 giuristi promotori di una raccolta firme. Al centro della discussione c’è stato proprio il quesito sul referendum della giustizia, nella sua versione aggiornata. Si è deciso di riformulare il quesito, con l’aggiunta degli articoli della Costituzione oggetto della riforma, ma non di cambiare il calendario della consultazione. Sventato quindi il rischio di uno slittamento della data del voto, legato a una possibile necessità di adottare un nuovo decreto di indizione del referendum.
Il rischio slittamento
La normativa prevede infatti che, una volta indetto il referendum, debbano trascorrere cinquanta giorni di campagna referendaria prima della votazione. Se la modifica del testo fosse stata considerata sostanziale, il conteggio di questo periodo sarebbe dovuta ripartire da capo. In quel caso, la consultazione sarebbe slittata di alcune settimane. Anche perché il fine settimana pasquale avrebbe escluso la possibilità di recarsi alle urne in quel periodo. Il punto è tutt’altro che secondario. Una riformulazione del quesito del referendum sulla giustizia, nel senso indicato dalla Cassazione, con la campagna già avviata rappresenta un precedente mai verificatosi nella storia repubblicana. Mai, finora, un testo referendario è stato modificato dopo l’avvio del percorso che porta al voto. Per questo motivo, l’ordinanza della Cassazione è stata letta con attenzione non solo sul piano giuridico, ma anche su quello istituzionale.
La decisione della Cassazione sul quesito del referendum fa guadagnare tempo al fronte del No
Nel dibattito politico, non mancano sospetti e interpretazioni contrapposte. Secondo alcune forze, l’effetto di un possibile rinvio non sarebbe stato casuale. Spostare in avanti la data del voto avrebbe consentito di ampliare i tempi del confronto pubblico, offrendo maggiore spazio alle posizioni contrarie alla riforma. In particolare, il Comitato per il No avrebbe beneficiato di un periodo più lungo per illustrare le proprie ragioni agli elettori. Altri, invece, invitano alla cautela. Alcuni esperti di diritto costituzionale ritengono che la Cassazione non abbia imposto automaticamente un nuovo decreto e che il quesito, pur riformulato, resti coerente con l’impianto originario. Questa la lettura che ha prevalso, con la campagna che quindi procede senza interruzioni e con la data del voto invariata. In gioco non c’era solo il calendario, ma anche la credibilità del percorso referendario. Quel che certo è che adesso, dopo il pronunciamento della Cassazione e la decisone del governo, si rischia di innestare un nuovo caso politico sulla riforma.
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