Comitato per il Sì dell’Unione Camere Penali italiane
di Beniamino Migliucci
Ci eravamo illusi. Speravamo che la magistratura associata, con il suo Comitato per il no, affrontasse la campagna referendaria concentrandosi sui temi della riforma informare correttamente le persone sui contenuti della stessa. Era lecito attendersi un simile comportamento da chi per il ruolo rivestito sostiene di cercare la verità nel processo e si presenta all’opinione pubblica come tecnico, per cui non dovrebbe propinare, a ripetizione, falsità che non trovano rispondenza nel testo della riforma. È successo invece, anche da ultimo, con i cartelloni affissi nelle principali stazioni ferroviarie, per le strade, con impiego, di rilevantissime risorse economiche di cui il Comitato dispone.
Nei manifesti si sostiene che, se le persone non voteranno no al Referendum, la magistratura dipenderà dalla politica. Niente di più falso. Basta leggere l’articolo 104 della riforma per rendersi conto che, giustamente, vengono riservate a giudici e pubblici ministeri autonomia e indipendenza. E allora perché tanta verve mistificatoria? Le ragioni sono due.
La prima: non esistono più argomenti seriamente spendibili per contrastare una riforma che ci pone al passo con le altre democrazie liberali che adottano un codice accusatorio. Il pubblico ministero non è assoggettato al potere politico, non diventa un super poliziotto e potrà continuare ad abbeverarsi alla cultura della giurisdizione che, per inciso, o dovrebbe appartenere a tutti gli operatori del diritto o, diversamente, solo al giudice. La seconda, ma più importante: fallito il tentativo di contrastare nel merito la riforma che, tra l’altro, finalmente introduce un organo disciplinare non domestico, che potrà quantomeno evitare brillanti carriere per magistrati che sbagliano, si è tornati a sventolare il rischio inesistente della sottoposizione della magistratura alla politica. Questo nella speranza che l’opinione pubblica creda che la magistratura perda le sue prerogative e venga resa subalterna alla politica.
Sembrava che la magistratura associata avesse abbandonato questo argomento ingannatorio, perché sostenibile solo quando il testo della riforma non era noto, o confidando che le persone non sappiano leggere. Evidentemente la posta in gioco per il Comitato del no è troppo alta e per questo deraglia dalla realtà e torna indietro nel tempo, recuperando un tema tanto falso quanto suggestivo, come chi non riesca a liberarsi del primo amore. La verità è che il Comitato per il No non digerisce il sorteggio che invece arginerà il fenomeno degenerato del correntismo, che ha portato allo scandalo Palamara, e che impediva a qualsiasi magistrato la possibilità di accedere al Consiglio Superiore della Magistratura. Questo sistema che consentiva il controllo delle correnti e manteneva un saldo rapporto tra eletti ed elettori determinando, per essere cortesi, quantomeno opacità nelle promozioni e nella disciplina, evidentemente piace ancora.
Il Comitato per il No racconti, invece, all’opinione pubblica che il Consiglio Superiore della Magistratura non è un organo di rappresentanza, ma un organo di garanzia che ha compiti esclusivamente di alta amministrazione che possono sicuramente essere svolti da qualsiasi magistrato. Ragionando diversamente, si dovrebbe ritenere che chi può chiedere misure cautelari, disporre sequestri, condannare persone all’ergastolo e confiscare patrimoni, non sia in grado di provvedere alle assunzioni, alle assegnazioni ai trasferimenti e alle promozioni dei magistrati.
Riprendendo un’osservazione del magistrato, Andrea Mirenda, possiamo dire che il sorteggio rappresenta “la più democratica delle forme rappresentative non politiche essa solo, difatti, garantisce a qualunque magistrato la possibilità di accedere al governo autonomo della magistratura senza mediazione, senza ricorrere a clientele od apparati”. Questo però è merito, sul quale si può e si deve dibattere, ma il Comitato per il no pare aver intrapreso un’altra strada con i propri manifesti, quella della mistificazione.
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