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“Report… card: quando il giornalismo finisce sotto esame”

di Alberto Filippi -


Nel grande teatro dell’informazione italiana, capita talvolta che i ruoli si invertano: l’intervistatore diventa l’interrogato, il controllore viene controllato. È ciò che è accaduto quando Massimo Giletti ha incalzato Sigfrido Ranucci, regalando al pubblico qualcosa di sempre più raro — una lezione di giornalismo che profuma di etica, misura e responsabilità.

Non si è trattato di un duello gridato, ma di un confronto che ha messo al centro una domanda semplice quanto decisiva: può un giornalista permettersi il lusso della faziosità? Il potere mediatico è legittimo solo se accompagnato da una correttezza altrettanto solida. Altrimenti, più che informare, rischia di orientare; più che illuminare, di abbagliare.

Essere appassionati è umano, avere idee è inevitabile. Ma chi esercita il mestiere di raccontare i fatti — soprattutto in un servizio pubblico sostenuto dalle tasse di cittadini che rappresentano l’intero arco democratico — dovrebbe custodire come bussola l’equilibrio. Non per apparire neutrale a ogni costo, ma per essere credibile sempre.

Da tempo, a Ranucci viene riconosciuta una notevole forza investigativa. Tuttavia, la forza senza il contrappeso dell’autocritica può trasformarsi in rigidità, e la determinazione, senza il filtro della misura, può essere percepita come prepotenza. È qui che la “lezione” assume valore: non come umiliazione personale, ma come occasione di riflessione pubblica.

Perché il giornalismo non è vendetta, non è regolamento di conti, e nemmeno dimostrazione di superiorità. È — o dovrebbe essere — un esercizio quotidiano di onestà intellettuale.

In fondo, ogni carriera si giudica anche dal suo finale. Nello sport come nelle professioni, non basta aver giocato grandi partite: conta il modo in cui si esce dal campo. La memoria collettiva è selettiva, a volte spietata. Può bastare un gesto fuori misura per pesare più di anni di successi — proprio come accadde a Zinedine Zidane, gigante del calcio che molti ricordano anche per quella celebre testata mondiale.

Ecco perché questa vicenda potrebbe rivelarsi, paradossalmente, una fortuna. Le critiche, quando sono fondate, non riducono un professionista: lo rifiniscono.

Il finale, allora, resta aperto.

Non è scritto nella domanda di Giletti, ma nella risposta che Ranucci sceglierà di dare — non a parole, bensì nel suo prossimo modo di fare giornalismo.

Perché i grandi non sono quelli che non cadono mai.

Sono quelli che, quando si rialzano, cambiano persino il modo di camminare.


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