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Attualità

Se la legge sulle lobby porta l’Italia tra le democrazie avanzate

Alla Camera il primo sì verso il regolamento che fa uscire dall'ombra gli incontri tra politica e portatori di interessi (legittimi)

di Cristiana Flaminio -


Chi ha paura delle lobby? Nessuno. Almeno non in uno Stato liberale, non al Parlamento di una democrazia che voglia dirsi avanzata. Ieri, alla Camera, è stata approvata la proposta di legge che istituisce una normativa in materia di rappresentanza di interessi nelle relazioni istituzionali. Il “lobbying”, appunto. Non è una brutta parola. È, semplicemente, il mettere a disposizione dei portatori di interessi, legittimi, luoghi di dialogo e confronto con le istituzioni. In teoria, ciò che si chiede a una democrazia e, vieppiù, a un posto chiamato (non a caso) Parlamento. La legge, mentre qualcuno che s’attacca alle parole già urla all’eversione istituzionalizzata, non fa altro che colmare un vuoto legislativo. E, cosa ancora più importante, fa emergere, regolamentandola, un’attività che comunque esiste, è sempre esistita e sempre esisterà. La politica è fatta di confronti, di incontri, di interessi (che al pari di lobby non è per forza una cattiva parola) che vanno contemperati per il bene comune.

Chi ha paura delle lobby?

La proposta di legge sulle lobby in Italia prevede l’istituzione di un registro che sarà custodito presso il Cnel. Finalmente, recuperando quelle vecchie ironie che (alla fine) costarono il posto da premier a Matteo Renzi, hanno trovato un’utilità a un organismo altrimenti incompiuto perché nessuno, dal ’48 a oggi, s’è premurato di dare attuazione piena all’articolo 31 della Costituzione. Ma questa è un’altra storia che forse, almeno in parte, potrà essere superata con il dibattito sulle leggi per la partecipazione dei lavoratori agli utili e alla gestione d’impresa.

Il registro e i requisiti

Per ottenere e soprattutto mantenere l’iscrizione al registro occorrerà rispettare dei requisiti stringenti. Innanzitutto non potrà svolgere attività di lobbying chi ha riportato condanne a più di due anni. Poi sarà necessario indicare, pedissequamente, tutti gli incontri avuti e in programma con i decisori pubblici. Luoghi, contenuti, programmi, documenti. Tutto. E tutto, chiaramente, dovrà rispondere al vero. Altrimenti gli stessi parlamentari potranno presentare opposizioni a fronte di dichiarazioni non veritiere. Ma non basta, perché i lobbisti saranno sottoposti pure a un codice deontologico e avranno l’obbligo di rendicontazione annuale. Chiaramente, ma in certi casi è sempre meglio specificarlo quando si parla di lobby, è previsto il divieto totale di ogni liberalità verso parlamentari ed esponenti delle istituzioni. Insomma, niente regali a nessun titolo e di alcuna entità.

Così funziona (davvero) la trasparenza

Il tema principale è naturalmente quello della trasparenza. E difatti dalla maggioranza di centrodestra è tutto un tambureggiare di lanci stampa, agenzie e dichiarazioni che mettono in chiaro proprio questo obiettivo. Far emergere, e regolamentare, un’attività che c’è e che non si può negare né ignorare. Proprio questo è il discrimine, il punto focale di tutta la questione. Gli incontri ci sono sempre stati, a tutti i livelli. E il fatto di portare degli interessi in Parlamento per aziende, comparti produttivi non è dissimile da ciò che fanno, per esempio, i comitati territoriali e civici. È la legge, però, che deve governare questi rapporti proprio a garanzia della più totale trasparenza. Poi sta alla politica ribadire il suo primato sulle lobby, confermare il suo ruolo e non cedere ad alcuna tentazione di subalternità.

L’astensione delle opposizioni

A testimoniare che la questione sia da incardinare proprio in questi termini è il fatto che l’opposizione parlamentare, sempre pronta a votare “no” e a chiedere a Meloni di riferire in Parlamento, si sia più semplicemente astenuta sulla proposta di legge. La stessa, detto tra noi, che in Commissione Affari Costituzionali è stata invece approvata all’unanimità. Un altro segnale. Chiaro. Di una politica che, in fondo, sa benissimo che è peggio lasciare tutto nel chiaroscuro. E di un elettorato che, finalmente maturo, non si lasciar ingannare dai luoghi comuni, dalle semplificazioni fin troppo semplici. Portare alla luce i lobbisti e le lobby è, semplicemente, regolamentarle. Stop. Tutto il resto è fumo. Con la manovella. Altrimenti dovremmo dire, senza se e senza ma, che il Parlamento europeo o, meglio ancora, quello americano, sono marci. E che ciò sia vero persino per la Gran Bretagna, dove la democrazia liberale l’hanno inventata e dove un registro almeno esiste dal 2014.  


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