Sicurezza e Giustizia tra Abuso e Arbitrio
In Parlamento e nel dibattito pubblico, tra sicurezza e giustizia, il limite è diventato parola di sacra laicità democratica. Si invoca l’argine contro l’abuso, il confine a tutela dei diritti, il limite diventa garanzia, quando è usato per arginare il lavoro di chi indossa la divisa. Non parlo del conflitto sociale vero, che va sempre tutelato e garantito, è linfa democratica. Ma chi protesta legittimamente non si travisa, non devasta, non aggredisce.
La Polizia di Stato, dalla smilitarizzazione in poi, ha custodito questo principio, tutelando il diritto a manifestare e separandolo dalla violenza. È la fatica quotidiana di tutti i poliziotti democratici. Eppure, in materia di ordine pubblico, il limite è sorvegliato con sospetto permanente, ogni strumento è troppo, ogni presidio è invasivo, ogni intervento rischia di sconfinare. Il potere di polizia è immediatamente sindacabile, sottoposto a controlli penali, civili e disciplinari, esposto, filmato e giudicato.
È un potere operativo, sottoposto a controllo immediato, non parte strutturale dell’architettura ordinamentale dei poteri dello Stato. Ma tuttavia viene trattato come il primo pericolo per la fruibilità dei diritti. Intanto il degrado resta, e le stazioni non si rendono sicure con i principi, le periferie non si rassicurano con i proclami. La sicurezza non può essere evanescente nell’efficacia e solida nella spesa. Quando si discute di giustizia, invece, il lessico cambia e il limite diventa suscettibile, si teme che distinguere i ruoli incrini l’indipendenza, che nessuno deve mettere in discussione. Ma indipendenza non può significare assenza di confini, perché è un potere che incide sulla libertà personale e patrimoniale. Le misure restrittive segnano per sempre reputazione e vita.
È il potere strutturale dello Stato, non opera in piazza ma nelle biografie, e quando tracima, non si chiama Abuso, si chiama Arbitrio. E l’arbitrio è più invasivo perché nasce dentro la stessa architettura del potere pubblico. Il dibattito diventa tossico quando il limite è invocato contro l’abuso episodico ma è sospetto quando riguarda il potere strutturale. Si teme la tracimazione della forza, ma si fatica a nominare la tracimazione della funzione. Aristotele ricordava che dove c’è giustizia c’è uguaglianza, dove c’è ingiustizia c’è disuguaglianza. Se il limite vale solo per alcuni poteri e non per altri, l’uguaglianza si incrina. La regola è semplice, più intenso è il potere, più nitido deve essere il confine. Chi crede nella libertà generata dalla Resistenza, il limite lo deve pretendere, per tutti.
Il Picchio, sacro a Marte, batteva il legno per fondare città e segnare confini. Oggi batte le colonne per ricordare, con la lucidità di Bobbio, che il potere senza limiti non è potere più forte, ma potere che può tracimare nell’arbitrio. E l’arbitrio non ha bisogno di consenso. Quando arriva, non chiede permesso.
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