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Politica

Sicurezza, l’unità salta e Piantedosi rilancia il fermo preventivo

di Eleonora Ciaffoloni -


L’unità – in parte invocata, dall’altra parte poco auspicata – tra forze di governo e opposizione è ufficialmente saltata. Le comunicazioni del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi al Senato, dopo gli scontri di Torino, ne hanno dato la conferma. Il capo del Viminale è tornato sul tema sicurezza andando oltre l’informativa resa alla Camera martedì, per rispondere direttamente alle critiche arrivate dalle opposizioni, da “esperti” e “commentatori”.

Piantedosi risponde alle accuse e rilancia il fermo preventivo

Accuse che Piantedosi ha liquidato come frutto di una scarsa conoscenza del funzionamento dell’ordine pubblico e di una rimozione della storia della violenza politica nel nostro Paese, ribadendo un concetto chiave del suo intervento. “Dare la colpa allo Stato è spesso un modo per assolvere i colpevoli”. Il ministro ha rilanciato quella che si profila come la misura bandiera del pacchetto sicurezza che il governo porterà in Cdm: il fermo preventivo. “Serve una norma che consenta un vero ed efficace intervento preventivo. Per fermare preventivamente ci vuole un fermo preventivo”, ha affermato.

La proposta del fermo preventivo segna però anche un passaggio delicato nei rapporti istituzionali. Nelle stesse ore dell’intervento in Senato, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano veniva convocato al Quirinale proprio per discutere del pacchetto Sicurezza. Piantedosi ha parlato di un confronto “ragionevole ed equilibrato” con il Colle, lasciando intendere apertura ai rilievi che potrebbero emergere. Più prudente ma ottimista il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani, che ha ipotizzato una doppia strada. Una parte delle misure in un decreto e una parte in un disegno di legge, segnale della consapevolezza della sensibilità politica e costituzionale del tema.

Governo e opposizione: durezza dello scontro e fragilità

Il quadro è ormai chiaro: da una parte l’esecutivo rivendica strumenti di prevenzione più incisivi per isolare chi pratica la violenza, dall’altra le opposizioni denunciano una deriva securitaria e accusano il governo di muoversi oltre i limiti costituzionali. Attorno a questo crinale si è consumata in Parlamento una giornata che ha messo in luce tanto la durezza dello scontro quanto la fragilità di alcuni fronti. Mentre Piantedosi rivendicava la necessità di “tirare una linea di demarcazione netta” tra chi vuole isolare i violenti e chi, a suo dire, finisce per tollerarli, i capigruppo di Pd, Movimento 5 Stelle, Avs e Italia Viva annunciavano una risoluzione unitaria.

Il documento – respinto – chiedeva all’esecutivo undici impegni: dallo stop alla decretazione d’urgenza in materia di ordine pubblico al rafforzamento degli organici e delle dotazioni delle forze di polizia, dal rientro degli agenti impegnati in Albania alla richiesta di non introdurre misure che limitino il diritto di manifestazione attraverso provvedimenti amministrativi.

Sul fronte delle opposizioni, la compattezza sembra (solo) esibita. Giuseppe Conte ha tenuto a precisare che la risoluzione nasce da un’iniziativa del Movimento 5 Stelle, successivamente condivisa dalle altre forze. Una puntualizzazione che fotografa le dinamiche interne al campo progressista: l’unità c’è, ma resta fragile, con una leadership ancora contendibile. Non a caso, mentre Stefano Patuanelli parla di un “segnale importante” di compattezza, non rinuncia ad attaccare la maggioranza evocando presunte spaccature a destra.

La distanza sempre più ampia

La maggioranza, dal canto suo, ribalta l’accusa. Il capogruppo di Fratelli d’Italia al Senato Lucio Malan sostiene che un’intesa unitaria sarebbe stata possibile se le opposizioni non avessero posto veti su temi considerati essenziali: tutela delle forze dell’ordine, condanna senza ambiguità delle violenze, sgomberi delle occupazioni abusive. Proprio l’assenza di un riferimento agli sgomberi nella risoluzione viene indicata come il segno di una scelta politica precisa, legata direttamente ai fatti di Torino. Il risultato è uno stallo che va oltre la contingenza. La sicurezza si conferma un terreno su cui si misura non solo la distanza tra governo e opposizione, ma anche la difficoltà di trovare un linguaggio comune su questioni che intrecciano diritti, libertà e ordine pubblico.


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