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Politica

Sigfrido Ranucci: tra software fantasma e ranch immaginari, il naufragio del giornalismo “a sentimento”

Dalle imprecisioni sui Trojan di Nordio all'avvistamento paranormal-sudamericano in Uruguay: l'analisi del metodo Ranucci tra sprezzo della logica e populismo d'élite

di Anna Tortora -


Tra un software e un ranch: la fiera dell’approssimazione

Sigfrido Ranucci si è ormai trasferito in una dimensione parallela dove la cronaca non risponde più alle leggi della fisica, ma a quelle del vaticinio. Il passaggio dai bit del Ministero alle praterie dell’Uruguay non è un’inchiesta, è un test di Rorschach: il vate di Report proietta una macchia indistinta sullo schermo e il pubblico dei militanti, estasiato, ci legge il complotto che preferisce. Poco importa se la macchia è un errore grossolano; l’importante è che il fango colpisca il bersaglio designato.

Il primo atto della farsa si è consumato sui bit. Abbiamo assistito per giorni al teorema del software “spia”, un’arma letale che Nordio avrebbe maneggiato per inquinare la giustizia. Peccato che un rapido controllo alle date abbia svelato l’arcano: non era un Trojan, era un noioso gestionale Microsoft, e non l’aveva comprato il Guardasigilli brizzolato, ma l’idolo del giustizialismo in pochette, Alfonso Bonafede. Un dettaglio irrilevante per Ranucci, che ha proseguito dritto come se la paternità politica di un atto fosse un optional della narrazione.

Dalle cartelle compresse di Via Arenula, la carovana si è poi spostata nelle pampas. Qui il metodo ha raggiunto vette di surrealismo inedite. “Una fonte ci avrebbe detto di aver visto Nordio in un ranch”, ha sussurrato Sigfrido con il tono di chi ha in mano i Pentagon Papers. Ma quando la logica ha provato a fare capolino “Di quale anno, Sigfrido?” – il castello è crollato in un balbettio memorabile: “Ai primi di marzo… adesso non so se di quest’anno”. È la notizia allo stato gassoso: non ha bisogno di prove o calendari, basta l’insinuazione lanciata in prima serata per trasformare un Ministro al lavoro a Roma in un turista dell’estradizione in Sudamerica.

L’insostenibile leggerezza del populismo “à la page”

Resta però l’aspetto più inquietante: la corte dei miracoli che lo circonda. Una schiera di estimatori pronti a idolatrarlo nei festival e nei teatri, gli stessi che si dicono pronti a morire sulle barricate contro le fake news, ma che poi accettano come oro colato il “sentito dire” di un cronista che non sa distinguere un archivio da un virus e il marzo 2026 dal secolo scorso.
Mentre il “mito” riempie le platee e intima preventivamente il colpo di Stato contro ogni critica, resta l’amaro in bocca per un servizio pubblico ridotto a palcoscenico per dilettanti dello scoop. Tra un software che non esiste e un ranch che non ha mai ospitato il Ministro, l’unica vera latitante resta la professionalità. Ma non ditelo ai seguaci: potrebbero rispondervi che la coerenza è una pista che stanno ancora verificando.

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