Alla vigilia di un vertice Nato che si annuncia teso, complicato e potenzialmente decisivo per gli equilibri della sicurezza europea, Donald Trump è riuscito ancora una volta a spostare l’attenzione su di sé. E lo ha fatto nel modo che ormai lo contraddistingue, con un’altra uscita infelice, una nuova imbarazzante volgarità istituzionale, un altro annuncio destinato a evaporare nel giro di poche ore. Il presidente degli Stati Uniti, sempre più prigioniero della sua comunicazione “incontinente” e del suo bisogno di collezionare provocazioni, ha pubblicato su Truth Social un’immagine che ritrae Giorgia Meloni in posa “ammirata” davanti a lui, accompagnata dalla frase “serve un ordine restrittivo”.
Donald Trump è pericoloso
Che il capo della Casa Bianca utilizzi un simile registro per colpire un alleato alla vigilia di un summit cruciale è un fatto di una gravità evidente. Non solo per il tono, ma per il contesto. Ankara ospita infatti un appuntamento in cui si discuterà del futuro della presenza militare americana in Europa, del sostegno all’Ucraina e della gestione delle tensioni con l’Iran. In questo scenario, un presidente che si abbandona a un post derisorio contro il leader di un Paese membro dell’Alleanza non è solo inopportuno: è destabilizzante.
La tattica del silenzio dell’Italia non è efficace
Il governo italiano continua a ripetere che “non risponderà” alle provocazioni. Una linea che, nelle intenzioni dell’esecutivo meloniano, dovrebbe evitare di alimentare il caso. Ma la strategia del silenzio, dopo settimane di attacchi, ha perso efficacia. L’assenza di una reazione forte rischia di essere interpretata come debolezza, soprattutto quando l’offesa proviene da un capo di Stato che non mostra alcun rispetto per le forme diplomatiche. Servono atti politici chiari, formali, che ribadiscano la dignità istituzionale del Paese e la serietà delle relazioni bilaterali.
La solita raffica di annunci spot del tycoon
Le dichiarazioni di Trump sullo scenario internazionale confermano la superficialità con cui affronta dossier di enorme complessità. Sul conflitto ucraino, il presidente Usa, rispondendo dallo Studio Ovale a delle domande, ha sostenuto che Vladimir Putin “vuole finire la guerra” e che “si sta parlando per vedere se si riesce a chiuderla”. Una rappresentazione semplicistica, che ignora la realtà di un fronte in cui la Russia continua a rivendicare avanzamenti e a denunciare il coinvolgimento diretto dell’Occidente nella selezione degli obiettivi militari. Il Cremlino ha parlato apertamente di “vera guerra”, accusando Stati Uniti ed Europa di fornire supporto operativo a Kiev. Una dichiarazione che segnala quanto la situazione sia entrata in una fase estremamente pericolosa.
Ancora più preoccupanti sono le esternazioni del tycoon sull’Iran: “Possiamo abbattere i loro ponti in un’ora”, “possiamo mettere fuori uso la loro rete energetica”. Minacce che sembrano più adatte a un comizio del GOP che a un presidente impegnato in un confronto multilaterale. La diplomazia richiede prudenza, non spacconate. E soprattutto necessita di credibilità, quella che Trump continua a erodere con ogni nuova “sparata”.
L’Italia, la Nato e Rutte
Il summit turco si apre dunque sotto una doppia ombra, quella delle tensioni geopolitiche e quella di un presidente americano che preferisce attaccare gli alleati e moltiplicare annunci roboanti destinati a non tradursi in nulla. In questo quadro, l’Italia non può permettersi di restare spettatrice silenziosa. La posta in gioco è troppo alta per affidarsi alla speranza che le trumpate si commentino da sole. È il momento di far capire, con gli strumenti della diplomazia, che la relazione transatlantica merita rispetto e che Roma, con la sua storia millenaria e una posizione chiave nel Mediterraneo, non può accettare di essere trattata come bersaglio di una pseudo-comunicazione sempre più scomposta.
L’esatto contrario di quello che ha fatto ancora una volta Mark Rutte. Il segretario generale dell’Alleanza atlantica, nel tentativo di compiacere Washington, ha finito per dipingere l’aumento della spesa militare europea come una risposta quasi devota alle “incoraggianti” sollecitazioni del presidente americano. Un esercizio di ridicolo servilismo che rischia di legittimare proprio quel metodo muscolare che sta creando fin troppi problemi.