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Esteri

La Francia attende il verdetto su Le Pen: la giustizia come ultimo argine del potere macroniano

Il clima politico è incandescente. Le Pen ha dichiarato che sosterrà Bardella qualora i giudici le impedissero di candidarsi

di Mauro Trieste -


A meno di un anno dalle presidenziali francesi, la Corte d’appello di Parigi si ritrova oggi al centro di una battaglia che travalica i confini giudiziari. Il verdetto sul caso degli assistenti parlamentari del Front National, ora Rassemblement National, non determinerà soltanto il destino giudiziario di Marine Le Pen, ma potrebbe ridefinire la corsa all’Eliseo. L’apparato di potere asserragliato attorno a Emmanuel Macron sembra giocare la sua ultima carta per frenare l’avanzata del partito che guida i sondaggi e minaccia di sovvertire gli equilibri politici e istituzionali della Quinta Repubblica.

I fatti

La vicenda è nota. Il 31 marzo 2025 Marine Le Pen è stata condannata in primo grado a quattro anni di carcere, due con braccialetto elettronico e due con la condizionale, oltre a una multa di 100mila euro e a cinque anni di ineleggibilità con esecuzione immediata. La condanna riguarda l’appropriazione indebita di fondi pubblici legata agli incarichi fittizi di assistenti parlamentari europei. La Corte d’appello deciderà sul ricorso. Se la sentenza verrà ribaltata, Le Pen potrà correre alle presidenziali del 2027, se invece verrà confermata, toccherà al presidente di Rn, Jordan Bardella, assumere il ruolo di candidato.

La mossa di Marine Le Pen

Il clima politico attorno al caso è incandescente. Le Pen, intervenendo a Lievin, ha dichiarato che sosterrà Bardella “con grande energia e grande fiducia” qualora la giustizia le impedisse di candidarsi. Bardella, dal canto suo, ha ribadito la sua “totale amicizia” e il desiderio di vederla eletta presidente. Una coreografia di lealtà che non nasconde la posta in gioco: la leadership del movimento e la sua capacità di presentarsi unito davanti all’elettorato.

Marine ha più volte affermato di non temere il verdetto, ma le variabili giuridiche sono numerose. Un’assoluzione, considerata improbabile da molti osservatori, la renderebbe immediatamente eleggibile. Una conferma della condanna, invece, la escluderebbe dalla corsa, a meno che la pena di ineleggibilità non venga ridotta a due anni, scenario che la renderebbe nuovamente candidabile a partire dal primo aprile 2027, pochi giorni prima del primo turno. Resta poi la questione del braccialetto elettronico. Una pena detentiva da scontare ai domiciliari renderebbe impossibile una campagna elettorale, come la stessa Le Pen ha riconosciuto.

L’incognita del ricorso

La complessità aumenta con l’eventuale ricorso in Cassazione. La leader dello storico partito di destra radicale ha già annunciato che non attenderà il verdetto della Corte suprema per decidere sulla candidatura, perché i tempi sarebbero troppo lunghi. Ma anche la procura potrebbe ricorrere, sospendendo la sentenza. Non manca un dibattito giuridico sull’efficacia dell’esecuzione provvisoria non confermata in appello. Alcuni esperti ritengono che potrebbe continuare a produrre effetti, rimettendo la decisione finale alla Corte Costituzionale, che valuta l’eleggibilità dei candidati il giorno stesso delle elezioni.

L’apparato di potere teme il Rassemblement National

In questo complesso intreccio di norme, ricorsi e interpretazioni, emerge una sensazione diffusa, quella che la macchina dello Stato, nelle sue articolazioni giudiziarie e istituzionali, stia opponendo una resistenza estrema all’avanzata del Rassemblement National. Non si tratta di insinuare complotti, ma di registrare una percezione che attraversa la società francese. L’establishment teme un ribaltamento storico e si affida alla giustizia come ultimo bastione.

Le implicazioni europee di un eventuale successo di Rn sono altrettanto rilevanti. Una Francia guidata da Le Pen o da Bardella, che ne incarni la linea politica, modificherebbe profondamente la postura di Parigi nell’Unione europea. L’asse franco-tedesco, già indebolito, subirebbe un contraccolpo. La Commissione e Ursula von der Leyen si troverebbero a gestire un partner non allineato, più incline a rivendicare sovranità e a contestare le politiche comunitarie. La catena di comando europea, fragile dopo anni di crisi, potrebbe vacillare ulteriormente. Una presidenza transalpina di rottura rispetto al passato, renderebbe più complessa la costruzione di maggioranze nel Parlamento europeo e rallenterebbe dossier cruciali, dalla transizione energetica alla politica migratoria.


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