Sicurezza e immigrazione, basta ipocrisie
Le venti coltellate sferrate a uno sconosciuto davanti a un bar di Milano non sono soltanto un gravissimo fatto di cronaca. A colpire è anche la frase attribuita all’aggressore dopo l’arresto: “Mi sono divertito, appena esco lo rifaccio”. Parole che raccontano una violenza brutale e impongono una riflessione seria sul tema della sicurezza, spesso strettamente collegato a quello dell’immigrazione.
A Roma, nei pressi del Colosseo, una gang di maranza ha creato il panico tra residenti e turisti: un gruppo di giovani egiziani ha lanciato fuochi d’artificio e, all’arrivo delle forze dell’ordine, alcuni agenti sono stati aggrediti e feriti. Nelle stesse ore, a Torino e nella Capitale, i festeggiamenti per la vittoria del Marocco ai Mondiali hanno provocato blocchi stradali e momenti di tensione.
Episodi diversi -gli ultimi di una lunga serie – accomunati da un unico elemento: la percezione che ci sia chi ritiene di poter violare le regole senza conseguenze. È questa sensazione a incrinare il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni. Sarebbe un errore trasformare questi fatti in uno scontro tra italiani e stranieri: la vera distinzione non passa dal passaporto, ma dal rispetto della legge.
Allo stesso tempo, è innegabile che esista un problema che non può essere ignorato. Generalizzare significa colpire anche gli immigrati perfettamente integrati, ma questo non può diventare un alibi per minimizzare. Chi aggredisce un innocente, attacca le forze dell’ordine o mette a rischio l’incolumità delle persone deve essere perseguito con fermezza.
Le operazioni di controllo dimostrano che lo Stato c’è, ma la repressione da sola non basta: chi sceglie di vivere in Italia deve rispettarne le leggi e i valori della convivenza civile. Tolleranza zero verso chi sceglie la violenza. Non è una questione di origine, etnia o religione. È una questione di legalità. La sicurezza è un bene pubblico, il primo diritto di una comunità libera.
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