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Economia

Marsiglia: “Trump ha sete di petrolio che poi rivenderà a noi”

A colloquio con Marsiglia (Federpetroli): "Il piano Usa? Più semplice di quanto sembri..."

di Giovanni Vasso -


Trump ha sete di petrolio. Perché ne ha bisogno per sé. Ma, soprattutto, perché deve venderlo a noi. Magari quando la situazione, sul fronte dei prezzi, si sarà stabilizzata e i mercati saranno un po’ meno avari e più generosi nella quotazione del greggio. A L’identità, parla il presidente Federpetroli Michele Marsiglia. Che analizza quanto si sta verificando in Sudamerica. Lanciando, pure, un messaggio importante a tutela del consumatore finale. I carburanti costano (ancora) tanto perché le reti di distribuzione hanno troppi problemi che, per essere risolti, richiederebbero investimenti dal comparto che garantirebbero maggiori risparmi anche agli automobilisti.

Presidente Marsiglia, Donald Trump ha detto che gli Usa gestiranno il petrolio venezuelano per molto tempo…
“Qui non si parla più di diritto internazionale né di leggi economiche. Si parla di una persona che decide, a nostro avviso, in maniera fin troppo “vecchio stampo” dove prendere ciò che vuole prendere. La nostra preoccupazione è che lo fa solo coi Paesi più deboli, come il Venezuela. Non lo fa con il Medio Oriente, forse perché l’Arabia Saudita e gli altri Paesi dell’area sarebbero capaci di alzare un muro tanto alto da mettere in difficoltà anche il presidente americano”.

A cosa punta davvero Trump, quale è il piano – se c’è – degli Stati Uniti?
“Sembra complicato ma in realtà il piano economico degli Stati Uniti è molto semplice. È quello di prendere greggio a basso costo, come quello del Venezuela o di qualche altro Stato dell’America latina, per poi portarselo a casa. Quindi, infine, rivenderlo a prezzo più alto scegliendosi i “clienti”. Però gli Usa sono a corto di greggio, come perforazioni, in questo momento. E quindi fanno in modo che per ciò che serve a uso interno avranno un costo molto basso e potranno quindi raffinarlo a prezzi contenuti. Tutto il petrolio e il gas che saranno venduti fuori, come ha già detto Trump, avranno un prezzo di mercato. Anche quello che comprerà la nostra Eni e le altre società energetiche sulla scorta degli accordi siglati in Scozia nell’estate scorsa. E in queste partite ci sarà, chiaramente, anche materia prima energetica dal Venezuela”.

Quindi parliamo di petrolio che, alla fine, compreremo noi?
“L’America ha sete di petrolio, e ciò vale anche un po’ per la Groenlandia. Si tratta di petrolio che può essere estratto a basso costo e che ripaga da subito ogni tipo di investimenti in infrastrutture. Gli Usa ne hanno bisogno. Lo vogliono perché, in vent’anni, hanno sfruttato tanto greggio dei loro suoli. Anche attraverso il fracking. Il problema è che loro preferiscono sfruttare tutto e subito, e poi bisogna aspettare anni e anni per farli ripartire. Adesso sono a corto di greggio e devono introdurre denaro per l’economia politica degli Usa, Oggi prendono il greggio ovunque sia possibile. Quando aumenteranno i prezzi lo venderanno e noi non ci potremo mica tirare indietro. Ci siamo impegnati a comprare”.

Per vendere, bisogna prima produrre. E in tanti puntano il dito sul nodo dell’obsolescenza delle infrastrutture…
“Si parla di grandi costi di investimento, ma ciò vale solo per la società petrolifera di Stato e per le altre aziende venezuelane che hanno un’alta situazione debitoria a causa della situazione politica pregressa. Per gli altri questi costi sono relativi. Noi sappiamo che Chevron è l’unica società Usa che sta operando nell’area. Per loro, o per la nostra Eni, i costi potrebbero essere diversi e addirittura molto convenienti. Si deve considerare che il petrolio venezuelano, pur molto pesante, è usato da tante compagnie petrolifere. E quindi il rapporto costi-benefici sarebbe comunque molto positivo”.

C’è poi la vicenda della nave Marinera, che idea si è fatto sulle petroliere sequestrate dagli Usa?
“Sembra un film, una guerra che Trump sta combattendo con molta facilità. Di navi “fantasma”, di contrabbandieri ne girano a migliaia e arrivano da diversi Stati e Continenti. Stranamente, l’amministrazione Usa sta colpendo solo quelle che (forse) sono russe o venezuelane o iraniane. Ciò fa capire benissimo l’indicazione di fondo a questa politica piuttosto feroce: colpire solo ed esclusivamente i Paesi ad alta tassazione petrolifera e più convenienti per gli Stati Uniti”.

Dal macro al micro. L’America ha sete di petrolio ma intanto il prezzo dei carburanti scende ma non come ci si aspetterebbe…
“Se parliamo per l’Italia, oltre al costo del greggio e delle variabili di mercato che comunque incidono, abbiamo alti costi di mantenimento delle reti carburanti. Ciò non vuol dire che bisogna chiudere o razionalizzare la rete che conta oggi 23mila impianti. Ma c’è la necessità da parte del comparto di andare a investire nell’efficienza degli impianti e sui gestori. Una rete che costa tanto incide sul prezzo finale. La medicina migliore è dare efficienza. Forse anche il margine dei carburanti, a fronte ovviamente delle accise e Iva, potrà diminuire”.


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