L’Europa attraversa una delle sue fasi più convulse dall’inizio della guerra in Ucraina. Le capitali oscillano tra la tentazione della pressione militare sulla Russia e la consapevolezza, sempre più diffusa, che il conflitto rischi di sfuggire di mano. In questo scenario incerto, l’Italia sta tentando di aprire un varco politico, individuando una via d’uscita diplomatica che non sia mero esercizio retorico. Roma si sta muovendo con prudenza, ma al tempo stesso con determinazione, rivendicando un ruolo che molti partner europei sembrano aver smarrito.
La tesi della premier italiana Meloni
Al termine dei due giorni di lavori sul Lago Lemano, Giorgia Meloni, nel ribadire l’unità del G7, ha posto una questione di primaria importanza: per trattare con Mosca serve un mediatore europeo credibile, requisito che a suo giudizio escluderebbe i “grandi Paesi” dell’Ue. Una figura troppo identificabile con uno dei blocchi continentali, ha avvertito la premier italiana, rischierebbe di trasformare il negoziato in un braccio di ferro diplomatico. Meglio guardare alle “medie potenze”, più neutrali, meno esposte, più adatte a costruire ponti invece che trincee. E meno “volenterose”. Il suo è un messaggio che anticipa il confronto del formato E5 a Berlino, dove si discuterà proprio del ruolo europeo nel futuro tavolo con la Russia.
Tajani promuove Costa
Antonio Tajani, poche ore dopo, ha rafforzato la postura italiana. L’Ue deve “accelerare” sulla scelta di un inviato speciale che parli “con una voce unica” nei futuri contatti con la Federazione russa. Il ministro non ha indicato nomi, pur suggerendo Antonio Costa come possibile opzione, fermo restando che la decisione spetta ai Ventisette. Una precisazione necessaria dopo le rivelazioni di Bloomberg sui contatti riservati tra Costa e il Cremlino, che, come si è affrettata a chiarire Bruxelles, servivano solo a “stabilire un canale”, non a negoziare contenuti.
L’assenza di requisiti dell’alta rappresentante Ue
In questo quadro, la figura di Kaja Kallas appare sempre più inadatta per tale delicato ruolo. Le sue posizioni pubbliche, improntate a una costante ostilità verso Mosca, la rendono difficilmente presentabile come mediatrice. La stessa Alta rappresentante ha rilanciato la sua narrazione dei fatti, sostenendo su X che “la Russia è in difficoltà”. Kallas ha chiesto anche di aumentare la dotazione militare e finanziaria a favore di Kiev. Una linea che stride con la strategia italiana, orientata a costruire le condizioni per un cessate il fuoco, non a irrigidire ulteriormente il confronto.
La Russia reagisce ai raid
La Russia, centrata al cuore da un numero elevatissimo di droni nemici, ha risposto con un crescendo di avvertimenti. Il consigliere presidenziale Yuri Ushakov ha accusato l’Europa di “insistere sulla prosecuzione del conflitto” basandosi su un “postulato falso”, ovvero che la situazione sul campo stia cambiando a favore dell’Ucraina. Le sue parole sono arrivate nel giorno di uno dei più vasti attacchi aerei ucraini contro la regione di Mosca, con una grande raffineria colpita. Un’azione che rischia di provocare una reazione di portata imprevedibile.
Le minacce di Zelensky
Volodymyr Zelensky, dal canto suo, ha scelto un linguaggio incendiario: “Se l’Ucraina brucia, anche la vostra Mosca brucerà”. Un messaggio diretto al popolo russo, per attribuire al presidente Vladimir Putin la responsabilità totale della guerra. La replica del Cremlino è stata immediata. Sergei Lavrov ha annunciato nuovi “attacchi su larga scala”, mentre la portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova ha fatto sapere che qualsiasi aggressione Nato contro il territorio russo riceverà una risposta “decisa e distruttiva”.
La linea bellicista della Gran Bretagna
Contro la pace continua ad agire la Gran Bretagna. Londra incarna la linea più interventista. Altri 150.000 droni all’Ucraina entro il 2026, 350 missili e nuovi radar, finanziati con i proventi dei beni russi congelati.
Sul terreno, intanto, si è registrato uno dei pochi segnali di umanità, con un nuovo scambio di salme. L’Ucraina ha annunciato il rimpatrio di 522 corpi, mentre la Russia ne ha ricevuti 33. Ad oggi rappresenta l’unico risultato dei negoziati tra i due Paesi. Numeri che raccontano la brutalità della guerra, ma anche la possibilità, fragile, sottilissima, che, nonostante tutto, un filo di dialogo resti ancora intatto.