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Attualità

LIBERALMENTE CORRETTO – Il valore economico e il diritto

di Michele Gelardi -


Liberalismo, socialismo e valore economico

Semplificando al massimo le ragioni ideali e filosofiche della moderna contesa politica, possiamo azzardare la tesi che la polarità liberalismo/socialismo, libero mercato/pianificazione di Stato, abbia la sua ascendenza intellettuale in due diversi modi d’intendere il valore economico e il diritto. La teoria del valore-lavoro ha posto le basi per l’interventismo di Stato, in nome della socialità. Se infatti il “giusto prezzo” è determinabile oggettivamente, in relazione alla quantità di lavoro necessaria alla produzione del bene, l’autorità pubblica si ritiene legittimata a intervenire per correggere le c.d. alterazioni indotte dal mercato, al fine di ristabilire i valori oggettivi. Il primo fattore sul quale interviene è chiaramente il lavoro (indice del valore e della ricchezza), che sottrae alla libera contrattazione delle parti e regolamenta minuziosamente, nell’illusione di pervenire alla “giusta” remunerazione di ogni prestazione.

Teoria del valore-lavoro, plusvalore e intervento dello Stato

E mentre offre la base di legittimazione alle politiche redistributive socialdemocratiche, la teoria del valore-lavoro offre anche il supporto di fondo all’idea marxiana del plusvalore, che verrebbe sottratto al lavoratore e acquistato arbitrariamente da un soggetto, organizzatore del lavoro altrui ma non prestatore del proprio. La lotta di classe rivoluzionaria, teorizzata da Marx, non avrebbe alcun senso, in mancanza della congettura del plusvalore, e questa non avrebbe alcun senso, in mancanza della teoria del valore-lavoro. Cosicché non sembra peregrina l’idea che, in fondo, tutti gli interventismi di Stato, sia quelli moderati, in salsa socialdemocratica, delle repubbliche “fondate sul lavoro”, sia quelli più estremi, in salsa sovietica, delle repubbliche dei lavoratori, devono la loro giustificazione ideale originaria alla teoria del valore-lavoro.

Utilità marginale e concezione liberale del mercato

Sul versante opposto, la teoria dell’utilità marginale fonda il valore economico sulla preferenza soggettiva del consumatore. Il prezzo di mercato non è né giusto né ingiusto, essendo determinato dall’incontro della domanda e dell’offerta. La libera oscillazione dei prezzi non deve essere ostacolata alla ricerca del “giusto”, perché non esiste il valore oggettivo di riferimento, ma solo quello determinato dal vero dominus del mercato: il consumatore. Qualunque intervento autoritario, alterando la libera dinamica del mercato, ostacola la formazione spontanea dei prezzi e danneggia il consumatore, cioè tutti noi. In sintesi, il pensiero liberale si nutre della concezione soggettivistica del valore.

Diritto, giuspositivismo e Stato socialista

L’altro paradigma ideale discriminante si può ravvisare nel diritto. Il socialismo ha bisogno del giuspositivismo; il liberalismo si lega al giusnaturalismo. Lo Stato socialista interviene nella libera dinamica delle relazioni sociali ed economiche perché crea il diritto. Sovrasta il cittadino e lo conduce alla meta “giusta”, essendo interprete del “bene comune”. Per farlo, ha bisogno del cittadino omologato, che si lascia condurre. Ovviamente la meta comune, per definizione giusta, si raggiunge con la collaborazione dei buoni e la fustigazione dei cattivi. Da qui la necessità che l’individuo sia giuridicamente dipendente dallo Stato. Ne deriva che i suoi diritti sono concessioni dello Stato; non sono suoi per condizione naturale, ma discendono dal diritto oggettivo e positivo (ossia positum, imposto dall’alto), la cui fonte monopolistica è lo Stato.

Giusnaturalismo, cristianesimo e radici del liberalismo

Il liberalismo al contrario, postula l’individuo libero di agire e di scambiare volontariamente i suoi beni, acquisiti per diritto naturale; sicché il giusnaturalismo è la cornice ideale del liberalismo economico e politico. Si vede bene che la concezione liberale-liberista è intimamente connessa col postulato di fondo del cristianesimo: il libero arbitrio della persona umana, titolare di diritti in virtù della sua condizione naturale. Meno noto di questo è il legame tra la teoria dell’utilità marginale (soggettiva) del consumatore, pilastro del pensiero liberale, con la dottrina di S. Tommaso, della tardo scolastica e della scuola teologica di Salamanca. Di più: il cattolicesimo si può considerare la culla del liberalismo, come espressamente riconosciuto da Rothbard (vedasi il recente libro di Beniamino Di Martino Un libertario quasi cristiano).

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