I dati choc di Save the Children: madri senza più un impiego, come siamo arrivati qui
Todos caballeros, questo doveva essere la globalizzazione. Era da poco caduto il Muro di Berlino, tutti avevano creduto alla profezia del signor Fukuyama. La storia era finita, non c’era più niente da dire o da fare, il capitalismo aveva trionfato e avrebbe reso il mondo un pacifico e ricco villaggio globale. Noi, da Occidente, avremmo avuto la parte migliore. Se non noi, i nostri figli avrebbero potuto studiare, ambire a un lavoro in giacca e cravatta. Tutti laureati, tutti dirigenti e professionisti, todos caballeros. Gli impieghi più umili, i lavori più pesanti, sarebbero “passati” ai tanti che, all’epoca dall’Est e poi pure dal Sud del mondo, avrebbero fatto la fila per arrivare da noi, lavorare e garantire un futuro migliore ai loro figli. Tutto perfetto. In teoria.
La globalizzazione si è rotta
Nella pratica, poi, scoprimmo che la globalizzazione arricchiva solo chi si poteva permettere di delocalizzare, trasformando in un deserto gran parte delle aree industriali italiane. Con il silenzio assenso complice di chi riteneva che, finalmente, si potesse dire addio alle ciminiere e al cemento senza pagarne il prezzo. Le fabbriche delocalizzavano, i ragazzi studiavano per seguire i loro sogni. Nessuno avrebbe più fatto l’operaio. Adesso, però, scopriamo che nel cambio non è che siamo andati chissà quanto meglio.
I cocci sono nostri
L’ultimo report di Save the Children riferisce che solo il 58% delle madri di bambini in età prescolare ha un impiego. Alla faccia dei diritti, della modernità. I dati sono in peggioramento in tutte, ma proprio tutte, le Regioni italiane. Fare figli all’età in cui era normale farli per nonni e genitori è, oggi, una follia. Il 60% delle madri (e dei genitori più in generale) tra i 20 e i 29 anni è inattivo. In Italia, nel settore privato il 25% delle madri under35 esce dal mercato del lavoro nell’anno della nascita del primo figlio, contro il 12% delle over35. Questa è solo l’ultima sirena d’allarme. In senso cronologico. Abbiamo passato decenni a smantellare il lavoro. Prima il precariato, contrabbandato con la favolosa idea, sballata, di poter contare (da dipendenti) su tante offerte di lavoro da poterci affogare dentro. Poi le paghe che in Italia, ci siamo finalmente accorti, sono sempre più basse. Quindi il dilemma della gavetta: lavorare tanto (l’80% dei lavoratori secondo l’Istat esegue più compiti di quanti dovrebbe espletarne), guadagnare poco ma farlo perché si insegue il sogno. Sì, ma quello dei datori di lavoro con il braccino corto.
Il tramonto delle illusioni
Ora, per carità, nessuno rimpiange il plumbeo cielo di Berlino Est. Ci mancherebbe altro. Il tema vero è semmai un altro. Il mondo sta cambiando, la globalizzazione ha fallito. Ce ne siamo accorti (solo) perché i Paperoni occidentali, quelli che si sono ingrassati producendo a quattro spicci in Asia e vendendo a prezzo pieno in Europa e America, hanno capito che i cinesi hanno imparato fin troppo bene la lezione e che Pechino ha saputo persino guadagnarci (e benissimo) dal modello di business del villaggio globale. Donald Trump, e in mezzo ai suoi due mandati anche Joe Biden, ha iniziato a sganciarsi dal Dragone. La globalizzazione s’è rotta, ma i cocci restano i nostri. Il villaggio globale è in fiamme, le guerre (prima quelle commerciali e poi quelle sul campo di battaglia) hanno interrotto affari e rapporti consolidati nel segno del reshoring, del “rientro” a casa delle aziende e della produzione. E per casa, va da sé, si intendono in primo luogo gli Stati Uniti. Ci restano, in Europa e in Italia, le macerie di quella stagione. Sognavamo di diventare todos caballeros, ci ritroviamo con un welfare a pezzi, un’economia in drammatico rallentamento e secoli di diritto gettati via in nome di una modernità. Quel futuro a cui si sacrificò tutto, oggi, è vuoto. Come le culle al tempo del gelo demografico.