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8 Marzo, la guerra della mimosa: il Marocco ci sfida

Una partita che vale decine di milioni e che da tempo vogliono giocare anche i Paesi extra Ue

di Angelo Vitale -


Alla vigilia dell’8 marzo il giallo della mimosa invade mercati e fiorai di tutta Italia: dietro, una guerra. È il fiore simbolo della Giornata Internazionale della Donna dal 1946 e resta ancora oggi il più venduto nei giorni che precedono la ricorrenza. Prezzi al dettaglio stabili anche quest’anno, tra 10 e 15 euro per i mazzetti di media grandezza, grazie a una fioritura anticipata che ha garantito volumi abbondanti e qualità elevata.

Mimosa, una partita che vale 12/15 milioni

La partita economica si gioca però in pochissimi giorni. Secondo le stime delle organizzazioni agricole, l’8 marzo concentra circa l’85% delle vendite annuali di mimosa, con 10-13 milioni di mazzetti acquistati in tre o quattro giorni. Il valore complessivo del mercato italiano della mimosa legato alla festa è stimato tra i 12 e i 15 milioni di euro.

Il cuore produttivo, in Liguria nella Riviera dei Fiori. Tra Sanremo, Taggia e l’entroterra dell’Imperiese il 90% della produzione nazionale, coltivata spesso su terrazzamenti difficili da meccanizzare.

In queste settimane il punto nevralgico degli scambi è il Mercato dei Fiori di Sanremo. In uno dei principali hub floricoli europei nei giorni a ridosso dell’8 marzo transitano milioni di rami di mimosa e un giro d’affari milionario in pochi giorni.

L’alert sull’import da altri Paesi

Dietro l’immagine festosa dei bouquet gialli, però, il settore florovivaistico lancia un segnale di attenzione. A farlo è la Cia – Agricoltori Italiani, che invita a scegliere fiori nazionali per sostenere un comparto che nel suo complesso supera i 3,2 miliardi di euro di valore. Il nodo riguarda la crescente pressione delle importazioni di fiori recisi da Paesi extra-Ue, dove i costi di produzione sono più bassi e le regole ambientali meno stringenti rispetto a quelle europee.

L’Italia importa ogni anno oltre 120 milioni di euro di fiori recisi, pari a più di 20 mila tonnellate di prodotto.

Il caso Marocco

In questo quadro la quota proveniente direttamente dal Marocco resta relativamente contenuta, stimata tra il 2 e il 4% delle importazioni italiane, cioè pochi milioni di euro l’anno. Numeri ancora limitati e che non scalfiscono la leadership ligure nella produzione di mimosa, ma che indicano una presenza crescente di fiori provenienti dal bacino mediterraneo.

Il fenomeno, però, è più complesso di quanto dicano i dati diretti. Gran parte del commercio europeo dei fiori passa infatti attraverso i grandi mercati dei Paesi Bassi, dove si concentrano le principali piattaforme di scambio e distribuzione del continente. Qui i fiori provenienti da Africa e Sud America vengono battuti nelle aste internazionali e poi redistribuiti verso i mercati nazionali.

La triangolazione dall’Olanda

Questo sistema logistico crea di fatto una triangolazione commerciale. Il fiore coltivato in Africa o nel Mediterraneo entra in Europa attraverso l’hub olandese e da lì raggiunge gli altri Paesi dell’Unione.

In questo modo l’origine geografica diventa meno immediata da percepire per il consumatore finale, mentre la rete commerciale dei Paesi Bassi si conferma il vero snodo del florovivaismo europeo.

La concorrenza asimmetrica

È su questo terreno che le organizzazioni agricole parlano di concorrenza asimmetrica. Le importazioni sono perfettamente legali e rientrano negli accordi commerciali tra l’Unione europea e i Paesi partner del Mediterraneo, ma i produttori italiani sottolineano che devono rispettare standard ambientali, fitosanitari e sociali molto più severi rispetto a quelli richiesti in molti Paesi extra Ue. Tra tutti gli interrogativi sul tavolo quello che preoccupa non poco, l’uso di glifosato. Tracce di questo componente, “probabilmente cancerogeno”, sono insidiose se inalate e nel contatto cutaneo.

La sfida giocata a Bruxelles

Per questo il settore chiede da tempo a Bruxelles l’introduzione di clausole di reciprocità negli scambi commerciali, in modo che i prodotti importati debbano rispettare standard analoghi a quelli imposti alle aziende europee.

Così, mentre nelle città italiane i banchetti di mimose segnano il momento più intenso dell’anno per il florovivaismo nazionale, la festa dell’8 marzo porta con sé anche una piccola ombra.

Il fiore simbolo della ricorrenza resta saldamente italiano. Ma dietro quei rami gialli si intravede una partita economica sempre più globale. Una sfida tra la tradizione “nazionale” e una filiera internazionale assai agguerrita in cui gli hub del Nord Europa funzionano da vero grimaldello commerciale per entrare nei mercati dell’Unione.


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