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Smart city, Italia a due velocità

I casi virtuosi di Bologna, Milano e Torino. Dal Pnrr 10 miliardi ma meno della metà dei Comuni è partita con un progetto

di Giorgio Brescia -


Le smart city non sono più un esercizio di fantasia ma la loro Italia procede a due velocità.

Smart city: una realtà

Vanno avanti in Europa e in Italia, le città che usano la tecnologia per funzionare meglio, gestendo traffico, consumi energetici, trasporti e servizi pubblici in modo più rapido ed efficiente.

Non servono droni che sfrecciano tra i palazzi o robot che controllano i parcheggi. Serve la capacità di collegare informazioni, sensori e piattaforme digitali per semplificare la vita di chi ci vive.

Secondo una ricerca del Politecnico di Milano, il mercato italiano delle città intelligenti ha raggiunto 1,05 miliardi di euro nel 2024. Una cifra importante e una direzione precisa: più tecnologia per rendere le città più vivibili.

Il caso Santander

All’estero, alcune città hanno iniziato prima. Santander, in Spagna, ha installato migliaia di piccoli sensori per monitorare traffico, qualità dell’aria, spazi pubblici e perfino il livello dei rifiuti nei cestini. Non è fantascienza, solo una rete che raccoglie dati per ridurre sprechi e disagi quotidiani. Nel Nord Europa, i Comuni sperimentano sistemi di illuminazione che si regolano da soli o trasporti che comunicano in tempo reale con i passeggeri.

Le città intelligenti italiane

In Italia, molti progetti e ancora poche certezze. Uno scenario più complesso. Il 42% dei Comuni ha già avviato almeno un progetto di smart city, quasi tutti pensano di farlo entro i prossimi anni. I settori più attivi, l’illuminazione pubblica che passa a sistemi a basso consumo controllati da remoto, la mobilità con semafori intelligenti, parcheggi che segnalano i posti liberi, mezzi pubblici che inviano aggiornamenti in tempo reale.

La spinta più forte, dal Pnrr. Oltre 10 miliardi di euro sono destinati a progetti per città più moderne, sostenibili e digitali. Senza questi fondi, molti Comuni non riuscirebbero nemmeno a iniziare.

Eppure, i cittadini non percepiscono ancora un netto miglioramento. Una ricerca commissionata a BVA Doxa ha registrato che molti guardano a queste iniziative con curiosità, ma non con entusiasmo. Il timore, che la rivoluzione digitale rischi di restare “sulla carta”, o che riguardi solo i centri più ricchi e organizzati.

Gli ostacoli

Per partire bene, servono persone preparate. Qui l’Italia inciampa. Molti Comuni non hanno tecnici specializzati, né figure capaci di progettare sistemi complessi. È come voler guidare una nave moderna senza un equipaggio esperto. L’Osservatorio del PoliMi segnala che oltre la metà dei Comuni non possiede un team dedicato alla trasformazione digitale.

Poi, un ostacolo meno evidente ma ugualmente pesante: la manutenzione. I fondi Pnrr avviano i progetti, ma non garantiscono che possano durare nel tempo. Una rete di sensori, pannelli solari o piattaforme digitali richiede aggiornamenti, personale, servizi di assistenza. Voci che rischiano di pesare sui bilanci locali quando i fondi europei finiranno.

Il risultato? Alcune città corrono, altre arrancano, il divario rischia di allargarsi. Non è un caso che Bologna, Milano e Torino guidino la classifica delle città italiane più pronte al futuro. Ma la vera sfida non riguarda solo le grandi città. Riguarda i centri medi e piccoli, dove le risorse scarseggiano e la distanza dai servizi digitali si sente di più.

Bologna, Milano, Torino

Non è un caso che Bologna, Milano e Torino guidino la corsa. Bologna sperimenta sistemi di trasporto che dialogano con la rete cittadina e regolano i flussi in tempo reale. Milano punta su energia pulita, servizi digitali accessibili e una rete di dati che collega scuole, uffici e trasporti. Torino investe in progetti di mobilità condivisa e in quartieri che riducono consumi e sprechi. Città che avanzano perché coordinano progetti, coinvolgono università e imprese, e mantengono una visione stabile.

La sfida, però, non riguarda solo i grandi centri. I comuni medi e piccoli rischiano di restare indietro. Qui mancano risorse, competenze e continuità. La tecnologia esiste, ma non basta. Servono squadre preparate, investimenti stabili e un sostegno nazionale che riduca il divario. Senza questa rete di supporto, l’Italia rischia di diventare un Paese con città “a due velocità”.

Il futuro

E domani? Il futuro delle smart city italiane dipende da una scelta semplice ma decisiva: capire che la tecnologia funziona solo quando serve davvero. Se l’Italia riuscirà a unire innovazione, ascolto dei cittadini e manutenzione costante, allora il salto sarà reale.

Se invece continuerà a moltiplicare progetti scollegati, senza personale adeguato e senza una guida nazionale chiara, rischierà di costruire città tecnologiche solo in apparenza.

Il futuro urbano non chiede fantasia. Chiede pragmatismo, competenze e la volontà di trasformare strade, lampioni, autobus e servizi in qualcosa che semplifichi la vita quotidiana. La tecnologia può farlo. La politica e le amministrazioni devono decidere se seguirla davvero.

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