Una Italia di cemento: quando la legge sul consumo di suolo?
Una lobby trasversale a tutti gli schieramenti politici ha impedito il varo di una norma che fermi il costo smisurato che stiamo pagando
Ogni anno in Italia il consumo di suolo cancella una produzione agricola stimata in circa 1,2 miliardi di euro: manca una legge per fermare tutto questo.
Italia prigioniera del cemento
È il grido d’allarme rilanciato da Coldiretti in occasione della Giornata della Terra, che riporta al centro del dibattito un fenomeno noto, misurato, ma sistematicamente ignorato dalla politica: la metamorfosi di terreni fertili in distese di cemento e asfalto. Non è solo una questione paesaggistica. E’ un’emorragia economica che incide sulla sicurezza alimentare e sulla resilienza climatica di un Paese sempre più fragile.
I numeri forniti dall’Ispra nel suo monitoraggio sistematico, avviato nel 2012, descrivono una catastrofe silenziosa. Nell’ultimo rapporto, i dati sono impietosi: la velocità del consumo di suolo ha raggiunto i 2,4 metri quadrati al secondo. In un solo anno sono stati “mangiati” oltre 70 chilometri quadrati di territorio naturale.
È il dato più alto dell’ultimo decennio, un paradosso atroce se si considera che avviene in un Paese a crescita demografica zero o negativa. Non si costruisce perché serve casa a nuovi abitanti, si costruisce per inerzia speculativa.
La paralisi
Il monitoraggio Ispra non è solo una conta di ettari, è un atto d’accusa tecnico. Ogni anno l’Istituto segnala come la perdita di suolo comporti una mancata infiltrazione di pioggia per milioni di metri cubi, aggravando il rischio idrogeologico. Eppure, questi rilievi cadono regolarmente nel vuoto. La politica riceve i dati, li commenta con contrizione e poi li archivia.
Perché questa paralisi? La risposta risiede nella forza delle lobby edilizie. L’Ance e le altre sigle del comparto immobiliare hanno esercitato per anni una pressione costante e capillare sui processi legislativi. La strategia non è mai stata l’opposizione frontale alla tutela del suolo – che sarebbe impopolare – ma la sua diluizione tecnica.
Attraverso emendamenti mirati, le lobby sono riuscite a imporre definizioni ambigue di “suolo consumato”, escludendo ad esempio le aree di cantiere o le superfici pavimentate non permanenti. E spingendo per un concetto di “saldo netto zero” che permette di cementificare altrove purché si faccia una vaga “compensazione” ecologica.
Una legge ferma da 12 anni
Il fallimento legislativo ha radici profonde. Il primo tentativo organico di legge sul consumo di suolo risale al 2012, con il ministro Mario Catania nel governo di Mario Monti. Quella bozza, pur con i suoi limiti, cercava di dare un freno nazionale.
Da allora, il testo è diventato un fantasma che si aggira nei corridoi del Parlamento, rimbalzando tra Commissione Ambiente e Commissione Agricoltura. È stato ripreso dal dem Andrea Orlando durante i governi guidati da Enrico Letta e Matteo Renzi, senza mai vedere la luce.
In questo contesto, pure quando governavano, la responsabilità storica delle sinistre e di chi come i 5Stelle oggi si oppongono al governo di centrodestra in carica. Un ambientalismo spesso sbandierato come valore identitario, nei fatti accantonato da una cronica incapacità di sfidare gli interessi del settore edilizio, spesso legato a doppia mandata alle amministrazioni locali che sopravvivono grazie agli oneri di urbanizzazione.
Denunce a vuoto
I Comuni usano i proventi del cemento per tappare i buchi di bilancio, creando un conflitto d’interessi strutturale tra chi dovrebbe pianificare il territorio e chi ha bisogno di vederlo edificato per pagare i servizi essenziali.
Legambiente, attraverso i suoi dossier e i continui appelli in Parlamento, ha denunciato instancabilmente questo meccanismo. Tuttavia, denunce rimaste orfane di sponda politica anche quando il centrosinistra era al governo con maggioranze solide.
Le proposte di legge più radicali, che chiedevano lo stop immediato al consumo di suolo vergine privilegiando il recupero dell’esistente, sistematicamente “ammorbidite” o lasciate morire nei cassetti per non disturbare gli equilibri con le realtà industriali e le cooperative di costruzione.
Un costo smisurato
Oggi, con il governo Meloni, la narrazione non è cambiata. Si parla di infrastrutture strategiche e logistica, nuovi motori del consumo di suolo che hanno sostituito l’edilizia residenziale.
Poi, i poli logistici, enormi capannoni che spuntano come funghi nelle pianure del Nord e del Centro, drenano ettari di terra agricola con la promessa di pochi posti di lavoro precari. Mentre l’Ispra continua a registrare che il riuso delle aree dismesse – che sarebbe la vera alternativa – costa ancora troppo rispetto al costruire sul “verde”.
Non è più solo una questione di tutela della natura. La perdita di servizi ecosistemici costa all’Italia circa 3 miliardi di euro l’anno in termini di mancato stoccaggio del carbonio, protezione dalle alluvioni e degradazione dei nutrienti nel terreno. Se aggiungiamo il miliardo e duecento milioni di mancata produzione agricola citato da Coldiretti, il quadro è quello di un suicidio economico assistito.
In dodici anni, il consumo di suolo in Italia non è stato ignorato. È stato misurato, analizzato e denunciato con crescente precisione. Ma non è mai stato davvero fermato.
Perché fermare davvero il consumo di suolo, oggi, significherebbe cambiare un equilibrio economico e politico che attraversa l’intero sistema. E questa è una scelta che, finora, nessuno è riuscito — o ha voluto — assumersi fino in fondo.
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