L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Attualità

La violenza che le donne e gli uomini subiscono

di Lucrezia Lerro -


Inizio il mio racconto, nelle ore dedicate all’eliminazione della violenza sulle donne, ricordando mio zio Giuseppe Lerro ucciso da una donna il quattro dicembre del 1951 a Roma. A tale vicenda dolorosissima ho dedicato pagine e pagine sia in versi che in prosa. Ci tengo a sottolinearlo per dare subito un messaggio ai tanti uomini che subiscono violenza e che per questo comprendono più di chiunque altro quanto dolore moltissime donne in Italia e nel mondo subiscono per mano di assassini, proprio come lo è stata assassina colei che con cinque colpi di pistola ‘cacciò‘ irreversibilmente dal mondo mio zio Giuseppe. La violenza psicologica e fisica che le donne patiscono da tempi remoti è tale che neanche se ne parlassimo per giornate intere riusciremmo ad elencarla tutta attraverso i loro nomi, i fatti accaduti, quelli più visibili sulle cronache e quelli costantemente nascosti tra le mura domestiche. So che qualcosa si può fare per aiutare chi soffre così tanto, si può prima di tutto ascoltare le vittime dei soprusi, si può condividere il dolore patito, si può raccontarlo ovunque ce ne sia l’occasione, come esempio, affinché ciò non accada ancora, ancora e ancora. Da bambina ho subito tante forme di violenza, da quella psicologica a cui accennavo prima, a quella fisica. I volti e i nomi di chi ha agito sono purtroppo incancellabili tra i miei pensieri, il vicino di casa che mentre correvo giù per le scale si portava le mani al sesso, la voce della dirimpettaia che mi urlava di essere una pazza come l’uomo che più amavo da piccola, mio padre. E poi, tanti, troppi episodi che ho cercato di elaborare in alcuni miei libri, come ad esempio “Se osi parlare”, La nave di Teseo 2024. E’ stato utile per me scriverne e parlarne? Da quando avevo diciotto anni ricevo inviti da festival di letteratura nazionali e internazionali, sono invitata a raccontare del mio universo narrativo che ho costruito centellinando il dolore psichico e la disperazione che mi ha devastata fin dai primi anni di vita. Anni di psicoanalisi per trasformare il lutto degli abbandoni patiti, dei soprusi patiti. Raccontare è necessiario, raccontare il male proprio è un modo per far luce sul male degli altri. Gli altri che ti leggono e possono dire, lei mi somiglia, la sua tragedia personale è simile alla mia, mai mi sono sentita o sentito più compreso. Urge raccontare, essere testimoni che il silenzio fa male, testimoniare che si può essere vive soltanto spogliandosi dalle ferite inferte e che le parole sono, per quanto mi riguarda, il più grande veicolo di libertà che abbiamo a disposizione. I giudizi, le malignità, gli stereotipi, le svalutazioni, i dinieghi, le disapprovazioni, gli schiaffi, i calci, le tirate di capelli, la mancanza di carezze non ci possono piegare se leviamo un coro di bene per le donne e con le donne. Una volta mi capitò a Firenze di accettare un invito galante, e invece di ricevere parole di corteggiamento il bruto di turno pensò di prendermi a schiaffi.  Non c’era alcuna ragione, era soltanto un violento assassino di poesia e bellezza, avevo diciotto anni e cercavo il mio posto nel mondo attraverso le parole e non certo attraverso le posizioni economiche che mai mi sono interessate. Scappavo da chi sfoggiava ricchezza o tentava di avvicinarmi con mezzi non certo poetici. Oggi sono fiera di aver scritto, di aver raccontato, di aver trasformato sempre più la mia rabbia, quale effetto degli oppressori e denigratori del bello, in vita, in vitalità nuova, sempre in poesia. Visto che l’etimologia della parola invita costantemente all’azione. Fare sempre. Sempre contro i malfattori, fare vuol dire non accettare mai di essere scoraggiate. Scoraggiati. Di essere sminuiti.


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