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Attualità

Eliminiamo le barriere architettoniche dalle case rifugio per le vittime di violenza

di Redazione -


di Sen. Susanna Donatella Campione
Componente commissione bicamerale femminicidio

Si parla molto di violenza contro le donne e dei mezzi di contrasto a questa piaga che è così difficile da guarire.
Una cosa è certa: la donna che denuncia la violenza che subisce compie il primo passo verso la liberazione da angherie e soprusi e per questo le donne devono essere incoraggiate a denunciare.
Ma cosa succede dopo? Dove può andare una donna che ha trovato il coraggio di denunciare? Certamente non può fare ritorno a casa dal maltrattante perché rischierebbe nuovi abusi o addirittura la vita e questo è uno dei motivi più frequenti che induce le donne a non denunciare le violenze che subiscono. Non sanno cosa le aspetterà dopo, non sanno dove andare, ne’ dove portare i loro figli.
E’ questo il ruolo delle case rifugio: accogliere le donne che hanno trovato il coraggio di spezzare la catena che le teneva legate all’uomo violento.
Sul territorio italiano non sono ancora in numero sufficiente per rispondere alle richieste e spesso accanto a esempi da seguire come la casa rifugio Lilith di Empoli, gestita da una cooperativa di donne, attrezzata e efficiente, ve ne sono altre prive di mezzi adeguati a dare ospitalità alle donne e ai loro figli e tuttavia tutte svolgono un ruolo fondamentale.
Alcune sono di prima emergenza, altre a indirizzo segreto per evitare che il partner violento possa localizzarle, altre ancora offrono asilo alle donne che sono uscite dalla violenza e scelgono il co-housing.
Se non ci fossero le case rifugio sarebbe inutile dire alle donne di denunciare.

Dall’esame dei dati emerge però che la maggior parte delle case rifugio non può accogliere una donna che abbia un’invalidità permanente o temporanea o che porti con sé un figlio invalido perché al suo interno vi sono barriere architettoniche che la rendono inaccessibile a chi non è in condizioni di superare una scala o un muretto o di percorrere un corridoio troppo stretto per il passaggio di una sedia a rotelle. In questi casi la casa rifugio è costretta a rifiutare l’accoglienza.
Si verifica così una triplice ingiustizia: la prima per il maltrattamento che la donna subisce, la seconda perché è invalida, la terza perché chi è vittima di maltrattamenti e invalida non può essere accolta.
Nasce così il mio emendamento alla legge di bilancio, sottoscritto da esponenti di tutti i partiti del centrodestra, che si propone, ove possibile, di eliminare le barriere architettoniche che impediscano o ostacolino l’accesso delle donne e dei loro figli con limitata mobilità alle case rifugio. Per finanziare i lavori di adeguamento le Regioni potranno avvalersi del Fondo per la creazione di case rifugio stanziato dal decreto legge 4 luglio 2006 n.223 convertito in legge 4 agosto 2006 n. 248.
L’analogo ordine del giorno è stato già approvato nella commissione Giustizia del Senato ma ora occorre che la disposizione entri a far parte della legge di bilancio per assicurare giustizia a chi soffre una triplice ingiustizia.
Il Parlamento in questa legislatura ha svolto un lavoro poderoso iniziato nel 2023 con il codice rosso rafforzato e l’avocazione dellle indagini quando il pubblico ministero non ascolti la persona offesa entro tre giorni dalla denuncia. Lavoro che è proseguito con il divieto di disporre delle spoglie mortali del coniuge per chi sia indagato o imputato di averne cagionato la morte e da ultimo con l’introduzione del reato di femminicidio nel nostro ordinamento.
Ma non possiamo trascurare che in uno Stato di diritto l’accesso agli strumenti che aiutano la donna maltrattata a uscire dallo schema perverso della violenza deve essere garantito a tutte, non possono esserci eccezioni e soprattutto l’invalidità non può essere motivo di discriminazione, non in una società civile.


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