L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Cronaca

Ladro ucciso durante un furto, per i parenti è un incidente sul lavoro

di Lino Sasso -


Un furto in abitazione finito nel sangue, una tragedia che nasce durante un atto criminale e una reazione collettiva che trasforma l’aggressore, il ladro rimasto ucciso, in vittima di un’incidente sul lavoro. È quanto accaduto tra Lonate Pozzolo e Magenta, dove il decesso di Adamo Massa ha innescato una sequenza di eventi che poco hanno a che fare con il cordoglio e molto con una pericolosa distorsione della realtà. Massa è morto dopo essere stato colpito da una coltellata dal proprietario di casa nella quale si era introdotto per rubare. Un episodio drammatico, certo, ma che affonda le sue radici in un’azione criminale chiara e inequivocabile. Non un incidente, non una fatalità, bensì un tentativo di furto degenerato nello scontro con chi stava difendendo la propria abitazione. Eppure, nelle ore successive, la narrazione si è ribaltata.

L’assalto all’ospedale

Circa 200 persone hanno raggiunto l’ospedale Fornaroli di Magenta e lo hanno assaltato. Le porte sono state scardinate e il personale sanitario non ha potuto fare altro che richiedere l’intervento delle forze dell’ordine. Una scena di caos che ha messo a rischio pazienti, medici e infermieri, colpevoli soltanto di trovarsi nel luogo sbagliato al momento sbagliato. Ancora più sconcertante è l’accusa lanciata subito dopo. La morte del 37enne viene descritta come un incidente sul lavoro. “Stava lavorando” è il commento lanciato con il tono dell’accusa. Un’espressione che suona come un insulto al buon senso prima ancora che alla legalità. Perché il furto non è un mestiere. L’effrazione non è un’occupazione. Introdursi in casa d’altri non può mai essere normalizzato come attività quotidiana. E la violenza della reazione racconta una deriva culturale preoccupante. Quella per cui l’atto criminale viene rimosso, giustificato o addirittura rivendicato.

Ucciso durante un furto e la pretesa di definirlo un lavoro

Mentre le regole e i luoghi comuni della convivenza civile diventano nemici. Qui non si tratta di dolore o lutto, sentimenti legittimi e umani. Si tratta del tentativo di piegare la realtà, di trasformare una responsabilità individuale in una colpa collettiva altrui, e di imporre questa versione con la forza. Peggio ancora, è la pretesa di rivendicare attività illegali compiute quotidianamente. È un cortocircuito pericoloso, che alimenta tensioni sociali e mina la fiducia nelle regole condivise. Difendere la legalità non significa negare l’umanità di chi muore, ma rifiutare con fermezza l’idea che il crimine possa essere raccontato come normalità, o peggio come diritto.


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