L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Sociale

Un cane dal Marocco, una città in ginocchio

di Alberto Filippi -


C’è chi attraversa il Mediterraneo con carichi di esseri umani ridotti in schiavitù. C’è chi importa eroina nascosta nei doppifondi, chi gestisce reti di prostituzione, chi traffica organi. Grandi crimini, grandi titoli, grandi indignazioni collettive. E poi c’è chi torna da un viaggio turistico in Marocco con un cagnolino randagio nel bagagliaio del camper. Sembrano mondi diversi. Non lo sono.

Il 27 maggio 2026, a Vittorio Veneto, in provincia di Treviso, un meticcio importato illegalmente dal Marocco viene portato d’urgenza in una clinica veterinaria. Sintomi neurologici gravi. L’animale viene soppresso. L’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie conferma la diagnosi: rabbia. Assente in Italia da oltre quindici anni. Riportata, in un colpo solo, da un gesto che qualcuno avrà pure considerato un atto d’amore.

Le conseguenze? Immediate e pesanti. Trentadue persone identificate e sottoposte a profilassi preventiva. Dieci cani isolati in osservazione. Un’ordinanza sindacale straordinaria che impone la vaccinazione obbligatoria — entro quindici giorni — per tutti i cani e i gatti del Comune con più di tre mesi di vita: circa cinquemila animali. Sei mesi di monitoraggio. Il rischio concreto, non ancora scongiurato, che il virus abbia raggiunto la fauna selvatica locale. Tutto questo per un cucciolo portato a casa “senza pensarci troppo”.

Il filo che unisce i grandi traffici alle piccole infrazioni è uno solo: il disprezzo per le regole. Chi non dichiara il cane al confine e chi non dichiara i migranti sul gommone usano la stessa logica — tanto che vuoi che succeda? — e producono, in scala diversa, lo stesso danno: il loro vantaggio immediato diventa un costo collettivo enorme, scaricato sulle spalle di comunità che non c’entrano nulla. Il trafficante di uomini lucra sulle vite altrui; il turista distratto porta a casa un virus mortale. Diversi per gravità morale, identici nella struttura del ragionamento.

E non si dica che le regole in materia erano oscure o inaccessibili. Le norme italiane sull’importazione di animali da Paesi terzi sono chiare, i controlli esistono — anche se, com’è tristemente noto, restano spesso sulla carta. Chi rientra da un Paese dove la rabbia è endemica — e il Marocco lo è — ha l’obbligo di rispettare protocolli precisi: quarantena, vaccinazione certificata, documentazione sanitaria. Non burocrazia fine a se stessa: barriere sanitarie costruite nel tempo proprio per tenere fuori malattie che l’Europa aveva faticosamente sconfitto.

Il problema non è solo individuale. È sistemico. Quando i controlli ai confini sono allentati, quando la cultura del “faccio come mi pare” viene tollerata — sia che riguardi un cane, una sigaretta di contrabbando o un lavoratore in nero — si manda un messaggio preciso: le regole sono facoltative. Ed è esattamente su quella facoltà percepita che prosperano, con tutt’altra ferocia, i grandi traffici illegali.
Vittorio Veneto non meritava di diventare un caso nazionale.

I suoi cinquemila cani e gatti non hanno colpa. Le trentadue persone sottoposte a profilassi nemmeno. Eppure eccoli lì, a pagare il prezzo di una scelta altrui. Perché l’illegalità — grande o piccola — non rimane mai dove è nata.

La rabbia, si sa, è contagiosa. Quella del virus, come quella di chi rispetta le leggi e vede gli altri ignorarle impunemente.


Torna alle notizie in home