Chi ci videosorveglia? Il caso Genova, lo zampino della Cina
La città ligure è diventata la prima in Europa a sperimentare il Project Hafnia, un’iniziativa di "mobilità intelligente" che solleva interrogativi inquietanti sulla gestione del bene pubblico
Chi ci videosorveglia? Il nostro Paese si trova al centro di una tempesta perfetta che incrocia innovazione tecnologica, sicurezza nazionale e una cronica fragilità amministrativa.
Il caso Genova
Mentre l’Italia tenta di allinearsi ai complessi binari dei Regolamenti Ue, il territorio nazionale è diventato un laboratorio a cielo aperto dove la fame di dati delle multinazionali straniere e il predominio tecnologico di Pechino mettono a rischio i limiti della nostra sovranità digitale.
Il punto più recente di rottura di questo equilibrio precario, a Genova. un caso sollevato da DifesaOnline. La città ligure è diventata la prima in Europa a sperimentare il Project Hafnia, un’iniziativa di “mobilità intelligente” che solleva interrogativi inquietanti sulla gestione del bene pubblico.
Il cuore dell’operazione, mastodontico: il Comune ha messo a disposizione 1,2 petabyte di immagini prodotte da circa 2.700 telecamere e sensori cittadini per addestrare un modello di visione artificiale. Questa mole immensa di dati, che cataloga milioni di spostamenti di veicoli e pedoni, viene trasformata in “carburante” per un software commerciale.
In questo scenario, una “leggerezza” amministrativa allarmante del Comune guidato da Silvia Salis. Non risulterebbe reperibile alcuna delibera formale o atto pubblico con cui la Giunta abbia autorizzato la cessione di dati per fini commerciali privati.
Chi c’è dietro il progetto?
Senza un accordo che definisca chiaramente titolarità e responsabilità, il comando sul “racconto digitale” della comunità genovese scivola fuori dalle mani delle istituzioni. Il progetto Hafnia è emblematico della nostra dipendenza tecnologica. Se il dato grezzo è genovese, l’intera catena del valore è in mano straniera.
Il software, di Milestone Systems, azienda danese controllata dal colosso giapponese Canon. a potenza di calcolo è fornita dall’americana Nvidia. Il cloud, definito “sovrano europeo”, appartiene a Nebius, società olandese che è l’erede diretta del ramo internazionale del gigante russo Yandex, guidata da manager e ingegneri fuoriusciti da Mosca dopo l’inizio del conflitto in Ucraina.
L’unico anello italiano è la materia prima: le immagini dei cittadini, raccolte con denaro pubblico, che diventano proprietà intellettuale di fornitori esteri.
Lo zampino del Dragone: chi ci videosorveglia?
Mentre Genova sperimenta con attori occidentali e russi, il resto del Paese è già profondamente permeato dalla tecnologia cinese. Una penetrazione che viene da lontano, favorita dalle convenzioni Consip e da un clima di sostanziale via libera geopolitico consolidatosi durante gli anni dei governi Conte. Le tecnologie di Hikvision e Dahua sono oggi i “nervi ottici” di siti strategici per la sicurezza dello Stato.
Almeno 134 Procure italiane utilizzano telecamere Hikvision per sorvegliare i centri di intercettazione dove transitano i dati più sensibili delle indagini giudiziarie. Gli aeroporti di Malpensa e Fiumicino, porti e stazioni ferroviarie sono densamente dotati di hardware di Pechino.
Il rischio non è meramente teorico. La legge cinese sull’intelligence obbliga cittadini e aziende di Pechino a collaborare con i servizi segreti, rendendo ogni dispositivo potenzialmente vulnerabile a un controllo remoto o all’esfiltrazione di dati verso server stranieri. Ed esperimenti tecnici avrebbero già dimostrato che alcune di queste telecamere aprono canali di comunicazione verso indirizzi Ip non censiti in Cina. L’Italia, quindi, si trova in una fase di transizione critica. La moratoria nazionale che sospendeva l’installazione di sistemi di riconoscimento facciale in luoghi pubblici è ufficialmente scaduta.
Si muove lo Stato
Oggi, il quadro è governato dall’Ai Act europeo, che vieta l’identificazione biometrica in tempo reale per scopi di pubblica sicurezza, salvo deroghe tassative (terrorismo, ricerca di vittime di reati gravi) autorizzate dall’autorità giudiziaria. La cautela del governo è massima. Il Garante della Privacy ha già sanzionato pesantemente il Comune di Trento per progetti di ricerca Ai che raccoglievano dati biometrici senza una base giuridica idonea.
E simili istruttorie sono in corso per fermare gli “occhiali smart” ad Arezzo e i sistemi di videosorveglianza intelligente a Lecce e Roma. Un problema non solo tecnico, ma di carattere politico sulle scelte tecnologiche. Evidente, ormai, che la “sicurezza della città” non possa essere appiattita su una logica meramente securitaria di breve periodo. Il caso Genova impone una domanda di fondo. Chi comanda sul dato pubblico?
Se la trasformazione in smart city passa attraverso l’opacità amministrativa e la dipendenza da potenze straniere, il rischio è di barattare la privacy e la sovranità dei cittadini per un’efficienza illusoria. Trasformando così l’Italia in una periferia tecnologica sorvegliata da occhi non suoi. Chi ci videosorveglia?
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