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Editoriale

Coltelli e baby gang: la sicurezza non può più aspettare

di Laura Tecce -


Il tema della sicurezza è tornato al centro dell’agenda politica per necessità, non per inseguire la cronaca o per propaganda. L’omicidio di Youssef Abanoub, 18 anni, ucciso da un compagno di scuola all’interno di un istituto professionale de La Spezia, ha purtroppo evidenziato con forza un fenomeno sociale che non può più essere ignorato: quanto sia diventato normale, tra i giovanissimi, girare armati di coltello. I numeri, del resto, confermano l’urgenza: dal 2019 al 2024 i minori segnalati per porto di armi improprie sono più che raddoppiati passando da 778 a 1946.

Prevenzione ed educazione sono fondamentali, ma senza leggi efficaci e applicate non può esserci sicurezza, quella sicurezza che è diritto primario e condizione imprescindibile. Per tutti, destra e sinistra. Stupisce che esponenti dell’opposizione neghino l’esistenza dei cosiddetti “maranza” e la pericolosità delle baby gang. Il governo tira dritta ed è al lavoro da mesi su un pacchetto sicurezza che punta a risposte concrete. I pilastri del decreto, in fase avanzata di elaborazione e che probabilmente approderà in Consiglio dei ministri la settimana prossima sono chiari: stretta sulle armi da taglio, inasprimento delle pene per il possesso ingiustificato in luoghi pubblici, nuove norme contro le baby gang, la possibilità di istituire zone rosse a vigilanza rafforzata in modo più rapido, procedure di espulsione più rapide per immigrati irregolari pericolosi e maggiori tutele legali per le forze dell’ordine.

Accanto a questo, la Lega insiste su una stretta dei ricongiungimenti familiari. Oggi il 36% dei permessi di soggiorno – oltre 100.000 – è rilasciato per motivi familiari, la proposta è limitare l’arrivo ai parenti stretti, con criteri di reddito più rigorosi, anche per tutelare il welfare dei Comuni. Ora la politica è chiamata a trasformare l’indignazione in scelte concrete. Perché la sicurezza non è uno slogan: è una responsabilità.


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