“Alle 4 del mattino”, le storie dell’ingiusta detenzione che spiegano il Sì al referendum
Le storie di ingiusta detenzione raccontate da Enrico Costa mostrano le storture della giustizia italiana e la necessità di una riforma
Alle quattro del mattino bussano alla porta. È l’ora in cui lo Stato entra nella vita di un cittadino con il suo potere più invasivo: togliere la libertà personale. È anche l’ora simbolo che dà il titolo al lavoro “Alle 4 del mattino – storie di vite stravolte” dell’onorevole di Forza Italia Enrico Costa, che documenta casi emblematici di ingiusta detenzione e riporta al centro una questione troppo spesso rimossa dal dibattito pubblico.
In circa ottanta pagine, il volume raccoglie e sintetizza storie reali tratte dalla cronaca giudiziaria nazionale e locale. Vicende diverse per contesto e territorio, ma accomunate da un esito identico: arresti disposti in fase cautelare e successivamente smentiti da assoluzioni piene. Un fenomeno tutt’altro che marginale, che secondo i dati ricostruiti riguarda almeno 100.000 persone innocenti arrestate in Italia dal 1992 a oggi.
Quando l’errore non è un’eccezione
Le storie raccontate seguono spesso lo stesso copione: scambi di persona, riconoscimenti errati, intercettazioni interpretate in modo estensivo, valutazioni affrettate degli indizi. Errori che producono mesi, talvolta anni, di carcere prima che arrivi una sentenza definitiva di assoluzione, quando il danno umano, familiare e professionale è ormai irreversibile.
Il quadro che emerge non è quello di una somma di incidenti isolati, ma di un uso distorto della custodia cautelare, trasformata nei fatti in una pena anticipata. Una prassi che finisce per alterare l’equilibrio del processo e per ribaltare il principio costituzionale secondo cui la libertà personale dovrebbe essere la regola, non l’eccezione.
I nomi dietro i numeri
I numeri acquistano senso solo quando diventano persone. Ivan Petrelli, detenuto per oltre un anno a causa di uno scambio di persona con il fratello. Luciano Di Marco, arrestato per una rapina mai commessa, con la moglie ai domiciliari e quattro figli piccoli. Mirco Tonetto, nove mesi di carcere per una tentata rapina poi rivelatasi inesistente. Matteo La Torre, Francesco Zito, Salvino La Rocca, rimasto oltre cinque anni in custodia cautelare prima dell’assoluzione definitiva.
Accanto a loro, il lavoro di Costa ricorda anche Erminio Diodato, imprenditore travolto da un’accusa poi crollata in dibattimento; Raffaele Rispoli, detenuto per un reato mai provato; Giuseppe Gulotta, che ha trascorso oltre vent’anni in carcere prima che fosse riconosciuta la sua innocenza; Stefano Cucchi, il cui caso ha segnato in modo profondo il dibattito pubblico sull’uso del potere punitivo dello Stato.
Storie diverse, territori diversi, ma un unico denominatore comune: la libertà negata a persone che la giustizia ha poi riconosciuto innocenti, spesso dopo un tempo incompatibile con qualsiasi idea di riparazione reale.
Il costo dell’errore
Quando arriva l’assoluzione, lo Stato può riconoscere un risarcimento per l’ingiusta detenzione, ma nessuna somma restituisce il tempo perduto, il lavoro perso, la reputazione compromessa. Nel frattempo, le responsabilità restano rare e il sistema fatica a interrogarsi sui propri meccanismi decisionali.
A pagare sono le vittime e la collettività, non chi ha sbagliato. Un dato che contribuisce a rafforzare la percezione di una giustizia autoreferenziale, poco incline all’autocritica e resistente a ogni tentativo di riforma.
Perché dire Sì
Il referendum sulla riforma Nordio chiama gli elettori a pronunciarsi su snodi decisivi del sistema giudiziario: la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, il ruolo e il funzionamento del CSM, i limiti all’uso della custodia cautelare. Questioni che da anni sono al centro dell’impegno dell’onorevole Costa, portato avanti da una posizione coerentemente garantista.
Il Sì rappresenta la traduzione politica di questa impostazione: una giustizia che non rinuncia alla repressione dei reati, ma che assume come principio non negoziabile la tutela della libertà personale e delle garanzie costituzionali. Le storie raccolte in “Alle 4 del mattino – storie di vite stravolte” mostrano con chiarezza che il garantismo non è un esercizio teorico, ma una necessità concreta, perché ogni errore giudiziario produce danni irreversibili che nessuna sentenza successiva può cancellare.
Una scelta di civiltà
Dire Sì al referendum significa chiedere una giustizia più responsabile, più misurata nell’uso del potere, più attenta alle conseguenze delle proprie decisioni. Significa riaffermare che lo Stato di diritto non si difende con gli automatismi, ma con regole chiare e limiti certi.
Perché nessuno dovrebbe più scoprire, alle quattro del mattino, che lo Stato può sbagliare senza pagarne il prezzo.
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